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LETTERA DI DARIO FO A MRS
«La cosa più difficile per i giovani è essere dialettici, il che significa non solo dimostrare il dubbio di chi sta dall'altra parte, ma averne anche su se stessi. Il vostro Movimento si autodefinisce RadicalSocialista: è una bella definizione. Ma guai a soffermarsi sulle sigle e le diciture. Spero di incontrarvi presto e ascoltarvi in un piacevole dialogo, e magari combinare qualcosa insieme. E' l'unico modo per conoscersi e forse per riuscire ad apprezzarsi l'un l'altro. Forza, avanti! Un abbraccio». (DARIO FO)
LEGGI QUI L'ORIGINALE |
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«Basta col… casinismo. Chiudete quei due forni!» |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Massimo Donadi (capogruppo IDV)
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lunedì 07 giugno 2010 |
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In questa disastrosa politica che ha caratterizzato il ventennio Berlusconi, c’è un’unica nota positiva: l’uscita dalla palude della Prima Repubblica, quel mare di fango in cui i governi nascevano e morivano a tavolino, quell’accozzaglia di forze politiche in cui non esisteva opposizione. Tutto questo ha un nome e si chiama bipolarismo. Ora l’atteggiamento di Casini è ben chiaro: non è un caso che l’Udc attacchi sistematicamente le due forze politiche più marcatamente bipolari, l’IdV da un lato e la Lega dall’altro, le uniche che davvero non vogliono gli inciuci, non accetterebbero mai un ritorno alla palude del consociativismo, a quell’acqua stagnante nella quale tutti insieme si decide e si governa. Distruggere il bipolarismo, dunque: ecco qual è l’intento dell’Udc e lo scudo crociato non fa nulla per celarlo, facendo leva sul fatto che il bipolarismo è quello muscolare, rancoroso, violento di questa seconda repubblica. Sono convinto, però, e Casini lo sa bene, che il bipolarismo virulento nei toni e nelle parole, finirà con Berlusconi, perché con Berlusconi tramonterà in questo paese l’odio generato dal terribile miscuglio di conflitto d’interessi, di strapotere economico, di controllo mediatico; finirà, insomma, tutto ciò che ha fatto della democrazia italiana una sorta di pantomima. Il gioco di Casini è palese: conscio del fatto che, finita l’era Berlusconi, in Italia tornerà il bipolarismo normale, quello fatto da due coalizioni che si confrontano, tenta di prevenire il pericolo.
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La dialettica del liberalsocialismo |
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Politica -
Radici Libertarie
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Scritto da Giancarlo Iacchini
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giovedì 03 giugno 2010 |
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Il liberalsocialismo, che oggi chiamiamo radicalsocialismo per evidenziarne la dirompente valenza rivoluzionaria rispetto alla melassa “riformista” – centrista e moderata – che concilia staticamente (e annacqua) i nobili ideali che lo compongono, è la sintesi delle due migliori radici storiche della sinistra: il filone del liberalismo sociale e progressista e quello del socialismo libertario e radicale. Nell’ideale della libertà, che sintetizza dialetticamente i concetti di eguaglianza e differenza, va individuato il nucleo teorico e pratico del radicalsocialismo: è l’ideale su cui rifondare e unire la sinistra del ventunesimo secolo. L’incontro e la fusione dei diritti individuali con la giustizia sociale mette fine alla secolare diatriba tra i sostenitori della “libertà” (i liberali) e quelli della “eguaglianza” (i socialisti). Come la storia ha dimostrato, senza libertà l’idea egualitaria diventa omologazione, appiattimento, oppressione e totalitarismo; ma senza eguaglianza i principi liberali si trasformano in una malcelata difesa delle élites dominanti e dei loro inaccettabili privilegi. La società giusta, come ha scritto John Rawls guadagnandosi la definizione di “maggior filosofo politico del Novecento”, ha come primo principio la “libertà eguale”, cioè per tutti, e come secondo postulato il riconoscimento delle differenze unito alla spinta etica alla solidarietà (o fraternità), per promuovere il massimo beneficio dei “meno avvantaggiati”: sono le stesse idee sostenute trent’anni prima dai liberalsocialisti italiani nell’eroica stagione di Giustizia e Libertà e del Partito d’azione (Rosselli, Calogero, Capitini, Basso, Calamandrei, Parri ecc.) ed anche – nella sostanza – da grandi riformatori vissuti in precedenza quali Ferrari, Pisacane, Cavallotti e Gobetti.
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Quel golpe “mancato” (?) del ’93 |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Massimo Giannini
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sabato 29 maggio 2010 |
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«Non c'è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c'è dietro le stragi del '92 e '93? Chi c'è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta...». Dopo la denuncia di Piero Grasso, dopo l'appello di Valter Veltroni, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica. L'ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall'ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent'anni fa. «Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell'intervista che ha rilasciato a Repubblica. Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell'apparato statale, anzi dell'anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire... ».
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Se avesse vinto la laica Ipazia |
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Cultura -
Cinema
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Scritto da Michele Martelli
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giovedì 27 maggio 2010 |
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Agorà, il film del regista spagnolo Alejandro Amenábar, che racconta la tragedia di Ipazia d’Alessandria, è davvero scioccante. Anche per chi su Ipazia ha già letto qualche libro. Perché la potenza delle immagini in celluloide è in grado di suscitare sentimenti, pensieri ed emozioni di una rapidità e intensità tale che nessuna parola scritta può eguagliare. Uscito dalla sala, non puoi non continuare a riflettere sulle vicende narrate nel film. E magari a immaginare in che mondo vivremmo se avesse vinto Ipazia, e non l’episcopo Cirillo. Eh sì, perché la storia di Ipazia si colloca in un periodo di svolta storica, tra il IV e il V secolo d.C., dei cui effetti deleteri, nonostante le moderne Rivoluzioni e l’Illuminismo, il liberalismo e la democrazia, non ci siamo ancora completamente liberati. Quali le questioni centrali? Quelle che ancora oggi oppongono in gran parte clericalismo e laicità. E cioè: a) il rapporto tra Stato e Chiesa; b) l’autonomia della ragione dalla fede; c) l’eguaglianza giuridica uomo-donna. Tra il IV e il V secolo, come noto, prima Costantino legittima il cristianesimo, e poi Teodosio I, con l’editto di Tessalonica (380), lo eleva a religione ufficiale dell’impero. La Chiesa si fa Chiesa di Stato. Inizia la caccia alle eresie. I culti pagani sono vietati per legge. Le sacche di resistenza sono gradualmente soppresse. In questo clima si consuma la tragedia di Alessandria descritta in Agorà.
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Giorgio Antonucci: «Ecco come smantellai il manicomio» |
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Politica -
Attivismi
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Scritto da Clarissa Brigidi
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lunedì 24 maggio 2010 |
Qual è stata la sua esperienza all’interno dell’istituzione psichiatrica in Italia, in particolare nel periodo in cui ha lavorato a Gorizia e all’Ospedale Civile di Cividale del Friuli?
«Sono stato chiamato a Gorizia da Basaglia. Mi aveva conosciuto bene anche nel periodo in cui stavo a Firenze perché ci eravamo sentiti telefonicamente per il mio lavoro, in cui cercavo di evitare gli internamenti. Così aveva conosciuto il mio modo di rapportarmi con le persone, che era un modo diretto, in cui io mi impegnavo a parlare oppure a condividere con loro delle situazioni. Per esempio a Cividale del Friuli c’era una ragazza che quando era in crisi batteva la testa contro il muro e allora cercavo di impedirglielo senza l’utilizzo della forza, semplicemente ponendo qualcosa tra lei e il muro. E poi una volta, siccome noi due polemizzavamo quando si faceva male perché io le dicevo che avrebbe potuto esprimere le stesse cose in un altro modo, mi misi a battere la testa anch’io, così lei smise immediatamente e riprendemmo la discussione. Basaglia conosceva di me queste ed altre cose, così, quando nel settembre del 1968 questo reparto fu chiuso con la forza, soprattutto perché le persone erano sempre in giro per il paese invece di essere chiuse dentro alle proprie stanze, mi invitò, nel 1969, a lavorare a Gorizia. Gorizia era una realtà complessa perché all’interno della stessa istituzione convivevano tre diverse posizioni. Basaglia affermava che il manicomio doveva a tutti i livelli essere superato definitivamente, come spiegò anche nel libro L’istituzione negata. Nella pratica ciò significava non tanto migliorare il manicomio, quanto cercare di collocare le persone al di fuori di esso». Commenti (4) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 340 |
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Appello per l’unità della Sinistra |
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Politica -
Attivismi
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Scritto da autori vari
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sabato 22 maggio 2010 |
Siamo donne e uomini di sinistra che hanno preso parte alle tormentate vicissitudini culminate nella disfatta del 2008. Oggi, nella diaspora della sinistra italiana, facciamo riferimento a organizzazioni e movimenti diversi. Alcuni di noi svolgono ruoli dirigenti in partiti o associazioni, altri – dismessa la militanza attiva – contribuiscono in altre forme alla battaglia politica o vi partecipano da semplici cittadini, con immutata passione. Siamo dunque diversi. Ma siamo anche uguali, accomunati dall’appartenenza a una stessa storia e cultura politica. Questa comunanza significa per noi convenire su talune fondamentali priorità: i diritti del lavoro, l’occupazione e il reddito delle classi lavoratrici; l’inalienabile titolarità collettiva dei beni primari, a cominciare dall’acqua, dalla conoscenza e dall’ambiente; la democrazia partecipativa, garantita dalla Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista. Sulla base di queste opzioni condivise, l’attuale situazione sociale e politica del Paese ci appare grave e densa di pericoli. Guardiamo con allarme alle pesanti conseguenze della crisi economica sulle condizioni di vita di grandi masse di cittadini italiani e migranti. Riteniamo (e la «manovra correttiva» ora minacciata dal governo ci rafforza in tale convincimento) che la drammatica crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo sancendo il fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona renda ancor più preoccupante anche nel nostro Paese la prospettiva delle classi subalterne. Consideriamo intollerabili il dilagare della povertà e della precarietà; l’attacco governativo alle tutele giuridiche del lavoro dipendente e al diritto dei lavoratori a una contrattazione collettiva solidale, autonoma e democratica; la distruzione dello Stato sociale e il controllo oligarchico sui mezzi di informazione; il diffondersi della corruzione e dell’evasione fiscale e l’imposizione di un sistema politico bipolare che nega rappresentanza e voce a milioni di elettori. Riteniamo concreto il rischio di svolte autoritarie in un contesto segnato dalla rottura della coesione sociale e dalla recrudescenza di pulsioni razziste alimentate da chi accarezza disegni populisti e progetta la distruzione istituzionale dell’unità nazionale. In questo difficile frangente pensiamo che quanto ci unisce debba prevalere su quanto ci ha sin qui diviso e tuttora ci separa. Commenti (6) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 341 |
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La povertà del popolo e gli sprechi della “cricca” |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Antonio Sammartino
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venerdì 21 maggio 2010 |
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La povertà interessa poco al sistema dei media, perché essendo cosa grave e preoccupante non lascia spazio al gossip. E interessa poco anche alla politica, a quella di governo come a quella d'opposizione. Sarebbe invece assai utile, e salutare, occuparsene, perché la "fotografìa" della povertà ci dice molto sul profilo, non solo sociale, ma anche politico e morale del nostro Paese. Ci permette, senza dubbio, di capire meglio questa Italia, per molti aspetti sempre più "opaca" nei suoi movimenti profondi, e sempre meno decifrabile con le tradizionali categorie dell'analisi politica. Basta dare un'occhiata al Rapporto 2008-2009 realizzato dalla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale per rendersene conto. Da tale rapporto si evince chiaramente che la base su cui poggia l'intera piramide sociale, lo zoccolo duro più esteso, che dovrebbe sorreggere tutto il resto, è fragile e segnato da forme molteplici di "deprivazione". Viviamo con la testa nel mondo fantasmagorico del consumo opulento (abbiamo aspettative da consumatori ricchi), ma poggiamo i piedi, e tutto il corpo, sulla linea di galleggiamento. I numeri, e soprattutto i confronti, la comparazione con il resto d'Europa, stanno lì a ricordarcelo. Non si tratta solo di quegli 8 milioni di “poveri in senso relativo” (per povertà relativa s’intende la soglia sotto la spesa mensile di € 999,67 euro per 2 persone), né di quei 3 milioni di “assolutamente poveri” (cioè incapaci di accedere a beni ritenuti essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile) che l’Istat ha censito, ma si tratta anche di quei 18.896.000 individui che non possono essere definiti tecnicamente come poveri (per il livello del reddito o della spesa mensile), ma che della povertà o della minaccia di povertà portano tutte le stigmate e di cui: 4 milioni che arrivano con grande difficoltà a fine mese e che non potrebbero affrontare una spesa imprevista di 700 euro senza finire “sotto”; 3,5 milioni che nei 12 mesi precedenti all’intervista hanno avuto difficoltà a sostenere le spese della vita quotidiana; 6 milioni censiti come vulnerabili, spesso proprietari dell’appartamento in cui vivono, con disponibilità di auto, tv, elettrodomestici, ma tuttavia in difficoltà.
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