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Anzi, a mo' di omaggio alla new entry ecco un mix stirneriano...
L'UNICO: MAX STIRNER
«L’UNICO E LA SUA PROPRIETA’»
Millenni di civiltà vi hanno nascosto ciò che voi siete, vi hanno reso torturatori di voi stessi. La religione e la morale hanno reso prigioniero il nostro spirito, al punto che ora noi ci spaventiamo di fronte a noi stessi, nella nostra nudità e naturalezza.
Hanno mai i filosofi pensato una cosa diversa dall’ideale, hanno riflettuto su qualcosa d’altro che non fosse l’io assoluto? Nostalgia e speranza dappertutto, e nient’altro che questo. Ma il godimento della vita deve trionfare sulla nostalgia della vita e sulla speranza della vita.
La fede morale è fanatica quanto quella religiosa. La coscienza è il grande carcere nel quale la religione ha rinchiuso lo spirito umano. Se qualcuno ha dei pensieri illeciti, deve dirlo al suo confessore e lasciarsi mortificare da lui finché la frusta non abbia reso insopportabili quei liberi pensieri. Colui al quale sono stati impressi i principi della morale, non diverrà mai libero dai pensieri morali. I suoi pensieri gli vengono “dall’alto” ed egli non se ne allontana. Nessuna “libertà di pensiero” lo proteggerà dalle sue idee fisse. Il pensiero è diventato libero ed ha dato origine ad una serie di verità, alle quali io devo ubbidire. Se i pensieri sono liberi, io sono il loro schiavo, non ho quindi alcuna forza su di loro e ne sono dominato.
La terra è piena di pazzi che si credono peccatori, ma il loro peccato è immaginario. E finora l’amore cristiano per l’uomo ha trovato soltanto uomini indegni d’amore: i “peccatori”, gli “egoisti”. Essi provengono proprio dall’amore per l’uomo.
La vera famiglia è diventata indifferente, e una famiglia ideale deve sorgere da essa, una famiglia sacra, benedetta da Dio.
Siate come i bambini, esorta la Bibbia. Ma i bambini non hanno alcun interesse “santo” e non sanno nulla di una “causa santa”. Piuttosto essi sanno molto bene ciò che vogliono e impegnano tutte le loro forze per ottenerlo.
Hegel ha dimostrato che la stessa filosofia può essere religiosa, e per Feuerbach “homo homini Deus est”: non si ottiene in questo modo nuovamente un prete?
Ciò che vale per la religiosità e per la moralità necessariamente riguarderà anche l’umanità. L’uomo è l’essere supremo del liberale; l’umanità è la sua ragione di vita e il suo catechismo.
L’uomo non è una persona, ma un ideale, un fantasma. Se Dio ci ha tormentati, l’Uomo è capace di opprimerci ancora più pesantemente.
La storia, com’è stata finora, è la storia dell’uomo spirituale, dell’uomo che vuole essere e diventare qualcosa. Egli è, rispetto a me stesso, qualcosa di futuro, un al di là. Solo lo spirito esiste! Questo è il principio della filosofia moderna, il principio genuinamente cristiano. La dimensione religiosa sorge là dove si prova fastidio per l’uomo attuale, cioè nel contrapporre una “perfezione” da raggiungere, nell’imporre l’ideale, un assoluto. Ma il “vero uomo” non si trova nel futuro, non è un oggetto del desiderio, ma è esistente ed appartiene al presente. Come questa rosa è fin dal principio una vera rosa, io sono per natura “vero uomo”, fin dal mio primo vagito.
Insomma, c’è una forte differenza se io faccio di me stesso il punto di partenza o la meta finale. Come meta finale io non possiedo me stesso, sono ancora estraneo a me stesso, sono la mia essenza, la mia “vera essenza” e questa “vera essenza” a me estranea si prenderà gioco di me presentandosi come fantasma dai mille nomi. Quando cerchi la “verità”, il tuo cuore anela a un padrone.
Il cerchio magico del cristianesimo sarebbe infranto se il contrasto tra l’esistere e il tendere, cioè tra il mio io così com’è ed il mio io come dovrebbe essere, venisse a cessare.
Il pensiero domina il mondo ossesso, e a questa orribile pensabilità sono state immolate innumerevoli vittime.
L’uomo cristiano è colui che crede nel pensiero, colui che crede nel dominio delle idee e che vuole far dominare le idee, i cosiddetti “princìpi”. Può fare riforme e rivoluzioni all’infinito, può distruggere i concetti che dominano da secoli: ma tenderà sempre ad un nuovo “principio”, ad un nuovo padrone; finirà sempre col proporre una verità “più profonda” e superiore, istituirà sempre un nuovo culto, proclamerà uno spirito chiamato a dominare, fisserà una legge per tutti.
Tutto dev’essere assolutamente razionale. Dio combatte il diavolo, il filosofo ciò che è irrazionale e casuale. La ragione, che è Dio, deve essere sviluppata e realizzata nel mondo intero. Le sue cure paterne ci tolgono ogni autonomia. La ragione è un libro pieno di leggi che sono date tutte contro l’egoismo. Così sono senz’altro libero dall’impulso irragionevole dei miei istinti, ma devo prestare ubbidienza alla signora ragione: da un padrone all’altro! Ma se io non sono “carne”, non sono neppure “spirito”. E lo spirito può assumere le forme più svariate: può chiamarsi Dio, stato, famiglia, ragione o anche libertà, umanità, uomo.
Non è l’idea della libertà che si sviluppa, ma gli uomini che si evolvono, e sviluppano naturalmente in questo loro autosviluppo anche il loro pensiero.
La libertà politica non è la mia libertà: essa significa che la polis, lo stato è libero, non che il singolo è libero dallo stato. L’uomo libero è il servo onesto dello stato. Le mie idee devono essere le sue, altrimenti mi tappa la bocca. Nello stato borghese c’è solo “gente libera” che viene costretta a mille cose. Ogni stato è un dispotismo. Nulla è per lo stato più temibile del valore di me stesso, e nulla deve evitare con più cura di ogni occasione che mi dia modo di valorizzare me stesso. Come cambiare? Solo così: non riconoscendo nessun dovere, cioè non legandomi né lasciandomi legare. E se io non ho alcun dovere, non conosco alcuna legge. Io sono il nemico mortale dello stato, che non può sfuggire al dilemma: o lui o io. La mia volontà è la rovina dello stato.
Tutti credono che l’uomo debba essere libero e perciò tutti sono liberali. Ma il liberalismo ha un nemico mortale: accanto all’uomo c’è il non-uomo, il singolo, l’egoista. Stato, società, umanità non riescono a far fronte a questo diavolo. Perciò nel liberalismo continua l’antico disprezzo cristiano dell’io, dell’individuo in carne ed ossa.
Lo stato si comporta da dominatore al pari della chiesa. Questa si basa sulla devozione, quello sulla moralità. Sia nella religione che nella politica l’uomo si trova sempre secondo il punto di vista del dovere. Io non sono libero in nessuno stato. Lo stato ha sempre e solo il fine di limitare il singolo, di vincolarlo, di subordinarlo, di sottometterlo a qualcosa di universale. Al singolo è solo permesso di partecipare alla costruzione del regno di Dio, oppure, secondo la concezione moderna dello stesso concetto, allo sviluppo e alla storia dell’umanità; e solo a seconda della sua partecipazione gli si riconosce un valore cristiano o, in termini moderni, un valore umano; per il resto è polvere o fango.
Solo chi rinnega se stesso è accettato dal popolo. La libertà del popolo non è la mia libertà. Il “bene comune” non è il mio bene. Quanto più un popolo è libero, tanto più asservito è il singolo. Un popolo opprime tutti coloro che si elevano al di sopra della “sua maestà”. La nazionalità è una mia proprietà, la nazione è la mia padrona e signora. Il tramonto dei popoli e dell’umanità sarà la mia ascesa.
Sotto il dominio dello stato non è possibile alcuna mia proprietà, ma solo una concessione, un “feudo”. La mia proprietà privata è solo quel tanto che lo stato mi concede della sua proprietà, privandone con ciò altri cittadini: è sempre proprietà dello stato. Ciò che in forma teoretica e di principio fu prospettato come uguaglianza di tutti ha trovato nella concorrenza la sua realizzazione pratica: infatti l’egalité è la libera concorrenza. Ma la concorrenza in realtà non è libera, perché mi manca la cosa essenziale per concorrere, il denaro! La maggior parte degli uomini è senza mezzi e perciò senza beni.
Contro la concorrenza si solleva il principio della società degli straccioni, la divisione. Ma il singolo non sopporta di essere considerato solo una parte della società, perché è qualcosa di più; la sua unicità si oppone a questa concezione restrittiva. Il comunismo, distruggendo ogni proprietà personale, mi riporta ancor più alla dipendenza da un altro, da qualcosa di generale o collettivo. Il comunismo si ribella giustamente contro l’oppressione che io subisco dal singolo proprietario, ma ancora più terribile è la forza che esso assegna alla comunità. L’egoismo propone un’altra via: prenditi ciò di cui hai bisogno! Solo io decido ciò che voglio avere.
Laboro, ergo sum. Il lavoro dovrebbe gratificare l’operaio come uomo, invece gratifica solo la società. Chi deve sprecare la sua vita per poter vivere, non la può godere. Ma la plebe finirà di essere plebe quando prenderà. Ciò che la rende plebe è la vergogna di prendere e il timore della punizione, è solo il fatto che sia un peccato o un delitto. Dunque la proprietà non deve, e non può, essere abolita; si deve invece strapparla dalle mani dei fantasmi e farla diventare mia proprietà.
La comunanza intesa come “meta” della storia è impossibile. Non dobbiamo tendere alla comunanza, ma all’unilateralità. Il presupposto che gli altri siano uguali a noi è fondato sull’ipocrisia: nessuno è uguale a me!
L’ “umanismo” è solo l’ultima metamorfosi della religione cristiana. Il liberalismo vuole realizzare “l’uomo”, cioè creargli un mondo che sarà il mondo “umano” o la società umana universale (comunista). Di nuovo il soggetto è subordinato al predicato, il singolo all’universale; ancora una volta si è assicurato il dominio dell’idea.
In accordo con la morale, lo stato considera empia e criminale ogni radicale rottura, ogni lacerazione dei vincoli più venerabili. Ma i crimini sorgono dalle idee fisse, come il diritto. Riportalo alle sue origini, in te stesso, e allora sarà il tuo diritto, e giusto sarà ciò che per te è giusto. Proprietario e creatore del mio diritto, non riconosco altra fonte del diritto che me stesso, né Dio, né lo stato, né la natura, né l’uomo stesso con i suoi eterni “diritti umani”, cioè né diritto divino né diritto umano. Se noi vogliamo liberare il mondo da qualche schiavitù, non lo vogliamo per amor suo, ma nostro. Vogliamo in effetti solo conquistarcelo, renderlo nostro.
“Nulla è perfetto in questo mondo”: con questa amara sentenza i “buoni” si separano dal mondo e si rifugiano nella loro stanzetta vicina a Dio o nella loro superba “autocoscienza”. Noi invece restiamo in questo mondo “imperfetto” perché, anche se tale, lo possiamo sfruttare per il nostro autogodimento.
Non ho nulla da obiettare alla libertà, ma io ti auguro qualcosa di più che la libertà; tu non dovresti solo essere libero, cioè privo, tu dovresti anche avere ciò che vuoi, non dovresti essere solo un libero ma anche un proprietario. Io divento proprietario e mi accordo con gli altri sulla mia proprietà. Le associazioni moltiplicheranno a questo punto i mezzi del singolo e ne assicureranno la proprietà contestata.
Se la libertà è voluta per amore dell’io, perché non scegliere l’io stesso come principio, mezzo e fine? La libertà stimola la vostra rabbia contro tutto ciò che voi non siete; l’egoismo vi chiama alla gioia di voi stessi, al godimento di voi stessi. Non cercate la libertà ma cercate voi stessi, diventate egoisti! Perché non avete il coraggio di fare di voi stessi veramente e autenticamente il principio e la cosa più importanti?
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Io devo ribellarmi, per innalzarmi. Dove il mondo mi ostacola nel mio procedere – e questo succede in ogni istante del mio cammino – io lo divoro per mettere a tacere la fame del mio egoismo. Tu per me non sei altro che il mio cibo, così come anch’io vengo divorato e utilizzato da te.
Dato che il mio fine non è il rovesciamento di ciò che esiste, ma il mio innalzarmi al di sopra di esso, le mie intenzioni e la mia azione non sono politiche o sociali, ma essendo unicamente rivolte al mio essere me stesso e alla mia proprietà [Eigenheit], sono egoistiche.
Creare delle istituzioni, comanda la rivoluzione; sollevarsi, innalzarsi, esige la rivolta.
Io sono il nocciolo che deve essere liberato da tutto ciò che lo avvolge, da tutti i gusci che lo opprimono. Io non sono né Dio, né l’uomo, né la mia essenza!
Io, questo nulla, farò sorgere da me stesso le mie creazioni. Il mio compito non è realizzare l’universale umano, ma realizzare me stesso.
Al futuro sono riservate le parole: io sono proprietario del mondo delle cose, io sono proprietario del mondo dello spirito. L’egoista non vuole saperne di questa frattura tra materia e spirito e coltiva i suoi interessi spirituali e materiali solo a proprio piacere.
Che l’uomo sia se stesso, anzi che egli si ponga come unico fine proprio questo essere se stesso!
Io voglio essere e avere tutto ciò che io posso essere e avere. Per l’egoista ogni cosa sarà solo un mezzo, del quale il fine ultimo è lui stesso. Ogni diritto io lo traggo da me; io sono autorizzato a tutto ciò di cui sono capace. Se una cosa per me va bene, allora è giusta.
I miei rapporti con il mondo a cosa mirano? Io lo voglio godere, perciò esso deve essere mia proprietà: per questo lo voglio conquistare. Io per il mondo non faccio più nulla per “amor di Dio”, più nulla per “amore dell’uomo”, ma ciò che io faccio, lo faccio solo per “amor mio”.
Tutto è mio, perciò mi riprendo ciò che mi si vuole sottrarre, prima di tutto però riprendo il mio essere me stesso.
Vogliamo solo valere secondo il nostro valore e, se voi ne avrete più di noi, varrete anche più di noi.
Ognuno è un egoista e pone se stesso sopra ogni cosa. Io sarò nemico di ogni potere superiore.
Per che cosa l’individuo deve guadagnare tempo? Per godere di se stesso come unico, dopo aver compiuto la sua opera come “uomo”.
Sopra la porta del nostro tempo non c’è il detto apollineo “Conosci te stesso”, ma “Valorizza te stesso”! Un abisso profondo separa tra loro queste due concezioni: nell’antica io ricerco me stesso, nella nuova io parto da me stesso; in quella aspiro a me stesso, in questa io possiedo me stesso, e godo di me stesso secondo il mio piacere.
Io amo gli uomini; ma amo con la coscienza dell’egoismo; io li amo perché l’amore mi rende felice, io amo perché l’amore è naturale per me, perché mi piace; ma non conosco alcun “comandamento dell’amore”. L’amore non è un comandamento, bensì, come ogni altro mio sentimento, mia proprietà. E l’amore è mio solo se consiste in un sentimento egoistico e interessato.
Io ho simpatia per ogni essere che sente. Potremmo volere il benessere degli altri perché ci piace essere circondati da visi allegri.
Io accetto riconoscente ciò che secoli di cultura hanno conquistato a mio vantaggio; non voglio gettar via o rinunciare a nulla di tutto ciò: io non ho vissuto invano. L’esperienza che io ho per il potere sulla mia natura, e che non ho bisogno di essere schiavo dei miei istinti, non deve andare perduta.
Le cose si guardano nel modo giusto quando di loro si fa ciò che si vuole. Perciò non sono gli oggetti e il modo di vederli la cosa prima, ma io stesso, la mia volontà. E tutte le idee sono mie creature. Se esse vogliono separarsi da me ed essere qualcosa di assoluto, oppure addirittura imporsi a me, io non ho altro da fare che ricondurle nel loro nulla, cioè in me, che sono il creatore. Sciamani e filosofi lottano con fantasmi, demoni, idoli, spiriti. Si pone la creatura al di sopra del creatore. Io devo piegare me stesso sotto l’assoluto. Il “pensiero assoluto” è quel pensiero che dimentica che è mio pensiero, che sono io a pensare, e che esso esiste solo grazie a me. Un’idea mi è propria quando non ho scrupoli di metterla in ogni momento in pericolo di morte, quando non temo la sua perdita come fosse una perdita per me, una perdita di me stesso. Mia propria è un’idea quando posso soggiogarla, ma mai esserne soggiogato, mai esserne infatuato, mai fare di me stesso uno strumento per la sua realizzazione.
Non esiste alcuna verità, né il diritto, né la libertà, né l’umanità, ecc., che abbia esistenza autonoma, indipendente da me e alla quale io sottometta me stesso. Sono parole, nient’altro che parole. Anch’io forse rifiuto i pensieri che avevo solo un attimo fa.
Non è l’uomo la misura di tutte le cose, ma l’io. Considerati più potente di quanto ti stimino gli altri, così avrai più forza; considerati di più e avrai di più!
Per l’egoista solo la sua storia ha un certo valore, perchè egli vuole sviluppare solo se stesso. Io sono l’unico e faccio di ogni cosa una mia proprietà. Io non mi sviluppo come “uomo” e non sviluppo “l’uomo”, ma, come io, io sviluppo l’essere me stesso. Questo è il senso dell’unico.
Nell’unico il proprietario ritorna al suo nulla creatore, dal quale è nato. Ogni essere sopra di me, sia Dio, sia l’uomo, indebolisce il senso della mia unicità e impallidisce al sole di questa coscienza. Se io pongo la mia causa su me stesso, l’unico, essa poggia sul passeggero e mortale creatore di sé, il quale consuma se stesso, e io posso dire:
HO POSTO LA MIA CAUSA SU NULLA.
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