| L’India e i trans: quando tutto è “diverso”... |
| Scritto da Maria Rita Nucci | ||||||||||||||||||||||||||||
| mercoledì 23 dicembre 2009 | ||||||||||||||||||||||||||||
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Sono sorpresa di non essere più certa di trovarmi di fronte a una donna che, dal canto suo, mostra di non capire perché non reagisco prontamente come tutto il resto del compartimento. Chiedo allora spiegazioni al mio compagno di viaggio, il quale intuisce il mio bisogno di sapere, ma in quel frangente è costretto a rimandare le risposte e mi fa cenno di abbozzare ed elargire qualche rupia “per ricevere una benedizione “, che a suo dire “certamente mi gioverà” durante il mio soggiorno o forse quando rientrerò in Italia!
Ma io, disorientata, mi nego; “lei” o “lui” se ne va, poi decide di ritentare l’approccio, ritorna e ripete la scena: sguardo tenero e interrogante accompagnato da una morbida carezza che dalla sommità del mio capo scende fino ai contorni del mio viso stupefatto. Avverto che non è un tocco lascivo ma un saluto di “benvenuta”; a quel punto accetto il “rituale”, il mio amico preleva dal taschino una banconota e, per conto mio, la porge nella mano “benedicente”. Dopo la “felice conclusione” chiedo chi sia quella persona e il perché di una siffatta riverenza da parte degli altri (di tutti gli altri) nei suoi confronti.
La mia percezione risulta esatta: è un uomo diventato donna. Viene chiamato “hijra” (pronuncia: izra), termine urdu che letteralmente designa un ermafrodita. Inizia così la mia indagine sui “trans” del subcontinente indiano, una tipologia umana che non avevo mai incontrato nel corso dei miei precedenti viaggi nella mia amata India, in questa Terra così straordinariamente composita e piena di sorprese.
La prima “delucidazione” è sconcertante: i trans qui sono considerati “puri di cuore”!
Tale reputazione deriva dalla loro rinuncia alle caratteristiche psico-fisiche “yang”, ovvero quelle maschili: aggressività, egocentrismo, desiderio di possesso, di potere e di controllo sulle altre persone.
Secondo la filosofia indiana l’unico vero maschio della Creazione è Dio (Purusha), quel Dio che assume innumerevoli nomi e altrettante mutevoli forme e che viene rappresentato con sembianze ambivalenti, dotato cioè di entrambi i principi: quello maschile e quello femminile. Gli esempi più popolari e più immediatamente evidenti sono quelli di Shiva e di Krishna, due veneratissime Divinità dalle lunghe chiome e dagli sguardi potenti, personificazioni dell’assoluto, magnificamente ornate e ritratte in pose ed espressioni splendenti come il Sole e seducenti come la Luna.
Ma chi sono gli hijras? Non è davvero facile spiegarlo: si fa prima a dire ciò che non sono: non sono eunuchi, né omosessuali; non ermafroditi, non “transgender” e neppure “travestiti”.
Si potrebbe dire che sono “il terzo sesso”, uomini dentro a un corpo femminile che si definiscono “né uomini - né donne”. Pare che la loro presenza nella cultura indiana risalga a tempi molto antichi, intorno all’anno 1000 a. C., quando venivano ritenuti “eunuchi”, come “il risultato alla pari tra le forze generatrici del padre e quelle della madre”. All’epoca degli imperatori Moghul erano considerati “sacerdotesse” e “prostitute sacre” e non pochi di essi furono grandi Maestri Sufi.
Il legame con il contesto sacro è ancora oggi forte e rappresenta, forse, la loro caratteristica più differenziante e certamente sorprendente per noi occidentali che, come un riflesso condizionato, colleghiamo il loro status unicamente a devianti costumi sessuali. L’India non ha mai considerato il sesso come un tabù e, anzi, lo ha celebrato e innalzato nelle sue inimitabili rappresentazioni artistiche che destano meraviglia e che resistono oltre i millenni del tempo nei suoi maestosi Templi hindu: ne sono un’eccelsa testimonianza – oltre al diffusissimo culto dello “Shiva Lingam” al loro interno - quelli famosissimi di Khajuraho e quelli di Konark, dove l’erotismo delle pose e dei corpi, plastici e bellissimi, è concepito come un ringraziamento alle Divinità per questo dono “sacro” che consente all’uomo di sopportare il dolore dell’esistenza nel ciclo del “samsara” (nascita-morte-rinascita). In Occidente la rappresentazione di un dio accanto ad un amplesso sarebbe ritenuto certamente “sacrilego” e non “sacro”!
Ma l’India è un luogo speciale per molti motivi, una Babele di tante lingue, tante religioni, tante filosofie diverse che mai hanno sostenuto l’ipocrisia o la “discrasia” tra il dire e il fare, tra l’Essere e il sembrare. Colpisce la sua naturale inclinazione a ricongiungersi allo “spirito” in ogni ambito e in ogni attività umana, ritenendolo dentro e fuori dell’uomo, ovunque presente e permeante. Così persino nella “casta degli Hijra” si possono distinguere “asceti” e “divinità viventi”. Chi sceglie di diventare un hijra si sottopone alla castrazione come un rito “iniziatico” in piena regola, un “dharma”, ossia il compimento di un dovere previsto dalle religioni. Gli hijra provengono dalle tradizioni cristiane, musulmane, hindu; hanno un Guru (Maestro) che li educa alla poesia, al canto, alla danza, al suono di strumenti musicali. Inoltre sono soliti preparare una “puja” (altare con fiori, frutti, profumi, incensi, conchiglie e lumi di fuoco) dedicata alla loro protettrice, la Dea “Bahuchara Mata”. Non mancano neppure gli eroi della mitologia indiana: ogni anno si danno appuntamento all’“Iravani Festival” per sposare, tutte insieme, Iràvan, figlio di Krishna e della principessa Ulupi, e le cui gesta sono narrate nel Mahabharata. Iràvan è colui che, nel 18° giorno della battaglia del Kurukshetra, muore eroicamente nella lotta contro i Kaurava. Nell’India del Sud si trasmette una leggenda secondo la quale lo stesso Iràvan decide di auto-sacrificarsi alla Dea Kali per ottenere il Suo favore e perchè venga concessa la vittoria ai Pandava contro i loro nemici. Chiede anche di sposarsi prima di morire : Krishna soddisfa questo suo desiderio presentandosi nella sua forma femminile di Mohini. I “trans” indiani, quel giorno, rivivono quell’episodio, simbolicamente, e, in uno psicodramma collettivo, sposano Iràvan per poi restare vedove, confermando il loro status civile: loro, i “third gender”, sono mamme di tutti e mogli di nessuno. Non sono semplicemente tollerati, ma “rispettati”: ne è la prova il fatto che sono invitati alle feste religiose, ai matrimoni, alle nascite, affinché distribuiscano benedizioni sulle persone, soprattutto sui bambini, poiché si crede che porti loro fortuna, fertilità e virilità, proprio per l’atto di rinuncia alla mascolinità che sancisce la loro particolare condizione.
Quello che può sembrare un’ovvia contraddizione può essere diversamente compreso se ci si riconduce alla concezione del “sacrificio” nella cultura tradizionale indiana e dell’alto valore che in essa assume. Il sacrificio, in quanto azione diretta dalla volontà e dalla consapevolezza di un individuo, è considerato un atto “devozionale” destinato a produrre effetti positivi: dal bene nasce il bene.
Dopo il rito d’iniziazione della castrazione (recisione di pene e testicoli) - che avviene entro le mura domestiche, senza anestesia e senza fermare l’ abbondante emorragia perché si pensa che la mascolinità esca in tal modo dal corpo fisico - il soggetto “nuovo” diventa un discepolo; così riceve gli insegnamenti artistici e religiosi dal suo Guru e fa un voto di celibato: diventa, in pratica, un “sannyasi” e non ricorrerà alla ricostruzione chirurgica dei genitali femminili esterni. Si veste e si comporta come una donna, è attratto dai maschi, ma non ha un preciso orientamento psicologico o sessuale: non c’è mai nulla di scontato.
Va detto anche che, seppure molto richiesti anche nelle cerimonie religiose, gli hijra sono discriminati: soltanto da pochissimo tempo è stato loro riconosciuto il diritto di voto alle elezioni politiche; ma non possono ereditare proprietà, e non possono restare dentro la casta di nascita. Per questo abbandonano la famiglia per andare a convivere in comunità, in povertà o in sobrietà, come si addice ai “rinuncianti”.
Inoltre, in seguito all’instaurazione del fanatismo religioso, di stampo e provenienza quasi esclusivamente islamici, si assiste a un fenomeno nuovo nel loro stile di vita: quello della prostituzione quale forma di sostentamento “alternativo” all’elemosina, nonostante ci sia una totale disapprovazione da parte dei loro Maestri e dell’opinione pubblica circa la mercificazione del corpo fisico, che è considerato “il Tempio del più alto Sé”. Queste “perturbazioni” dei tempi moderni tendono ad alterare la singolare “autorevolezza” che viene loro riconosciuta nell’esercizio del “ruolo sociale” svolto nel substrato culturale e religioso dell’Asia meridionale.
Tuttavia, girando per le strade dell’”Incredible India”, i cui abitanti muovono dolcemente il capo come un serpente in segno di accordo e benevolenza, si percepisce che è sempre vivo un suo insegnamento fondamentale, valido in tutti i tempi e in tutti i luoghi: ama e rispetta “il diverso” da te, perché, come te, è un pellegrino su questo Pianeta, di passaggio verso un alto destino!
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L’India è uno strano luogo dove “tutto è difficile” ma dove poi “tutto è possibile” allo stesso tempo, nel mezzo delle tante e notevoli contraddizioni che qui convivono armoniosamente, senza clamore e senza stress. Sono le 22,30 del 20 novembre, ora indiana: sono trascorsi 4 giorni dal mio arrivo in Orissa (India), senza il bagaglio che avevo spedito direttamente dall’Italia, e, insieme al mio amico-assistente Ranjan, mi trovo seduta su un treno diretto a Calcutta, per recuperarlo a ben 500 kilometri da Puri, città sacra e nostro punto di partenza. Improvvisamente, a pochi minuti dall’avvio sulle rotaie, si avvicina a noi una figura femminile, garbata e sorridente, con lunghi capelli scuri, attraversati da profumati fiori bianchi e arancio, con trucco al khajal, bracciali, cavigliere, unghie curate e laccate, collane di perline e conchiglie combinate in un intreccio simmetrico; una gonna fino ai piedi, coloratissima, completa il look eccentrico, ma perfettamente in linea con quello tipico delle donne indiane. Noto subito un movimento generale - lento ma continuo come una danza - dei passeggeri che, uno dopo l’altro, le porgono il delicato saluto a mani giunte e le allungano biglietti o spiccioli di rupie, ben disposti a ricevere un gesto di riconoscenza che – mi verrà spiegato successivamente - è “una vera e propria benedizione”. Quando giunge da me incontro il suo sguardo limpido e diretto, sento la sua mano posarsi calma sulla mia testa, e un’aria di attesa si frappone tra noi.
La mia percezione risulta esatta: è un uomo diventato donna. Viene chiamato “hijra” (pronuncia: izra), termine urdu che letteralmente designa un ermafrodita.
Ma l’India è un luogo speciale per molti motivi, una Babele di tante lingue, tante religioni, tante filosofie diverse che mai hanno sostenuto l’ipocrisia o la “discrasia” tra il dire e il fare, tra l’Essere e il sembrare. Colpisce la sua naturale inclinazione a ricongiungersi allo “spirito” in ogni ambito e in ogni attività umana, ritenendolo dentro e fuori dell’uomo, ovunque presente e permeante. Così persino nella “casta degli Hijra” si possono distinguere “asceti” e “divinità viventi”. Chi sceglie di diventare un hijra si sottopone alla castrazione come un rito “iniziatico” in piena regola, un “dharma”, ossia il compimento di un dovere previsto dalle religioni. Gli hijra provengono dalle tradizioni cristiane, musulmane, hindu; hanno un Guru (Maestro) che li educa alla poesia, al canto, alla danza, al suono di strumenti musicali. Inoltre sono soliti preparare una “puja” (altare con fiori, frutti, profumi, incensi, conchiglie e lumi di fuoco) dedicata alla loro protettrice, la Dea “Bahuchara Mata”. Non mancano neppure gli eroi della mitologia indiana: ogni anno si danno appuntamento all’“Iravani Festival” per sposare, tutte insieme, Iràvan, figlio di Krishna e della principessa Ulupi, e le cui gesta sono narrate nel Mahabharata. Iràvan è colui che, nel 18° giorno della battaglia del Kurukshetra, muore eroicamente nella lotta contro i Kaurava. Nell’India del Sud si trasmette una leggenda secondo la quale lo stesso Iràvan decide di auto-sacrificarsi alla Dea Kali per ottenere il Suo favore e perchè venga concessa la vittoria ai Pandava contro i loro nemici. Chiede anche di sposarsi prima di morire : Krishna soddisfa questo suo desiderio presentandosi nella sua forma femminile di Mohini. I “trans” indiani, quel giorno, rivivono quell’episodio, simbolicamente, e, in uno psicodramma collettivo, sposano Iràvan per poi restare vedove, confermando il loro status civile: loro, i “third gender”, sono mamme di tutti e mogli di nessuno.
Inoltre, in seguito all’instaurazione del fanatismo religioso, di stampo e provenienza quasi esclusivamente islamici, si assiste a un fenomeno nuovo nel loro stile di vita: quello della prostituzione quale forma di sostentamento “alternativo” all’elemosina, nonostante ci sia una totale disapprovazione da parte dei loro Maestri e dell’opinione pubblica circa la mercificazione del corpo fisico, che è considerato “il Tempio del più alto Sé”. 








