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Finchè un americano medio "pesa" sulla biosfera quanto ottanta abitanti medi dell'India, nessun accordo internazionale potra' coniugare ambiente e sviluppo.

Alex Langer
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mercoledì 08 settembre 2010
 
 
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«Unirsi su ciò che ci unisce!»
Scritto da Claudio Grassi   
sabato 24 luglio 2010

Il Presidente della Banca centrale europea, Jean Claude Trichet, ha detto recentemente: «Siamo davanti ad una crisi sistemica». Siccome in tutti questi anni lui e gli altri che hanno gestito l’economia mondiale hanno sempre detto che con la globalizzazione e il libero mercato si sarebbe creato benessere per tutti, dovrebbero farsi da parte. Ma veramente in questa crisi economica le cose stanno andando male per tutti? Niente di più falso. Parlano i dati. Le cinquecento aziende più importanti del mondo, nel 2009, hanno aumentato i profitti del 335%. L’utile netto delle multinazionali nel 2010 è aumentato del 210%. In Italia l’evasione fiscale è di 120 miliardi euro anno. Il 64% delle barche di lusso è intestato a nullatenenti , la vendita dei beni di lusso è cresciuta del 4,8% nel 2010 e chi dichiara un reddito superiore ai 100.000 euro rappresenta l’1% della popolazione italiana. In compenso il 72% delle pensioni erogate è inferiore ai 1000 euro e il 45,9% inferiore ai 500 euro. Berlusconi sostiene che con la sua manovra economica «non ha messo le mani in tasca agli italiani». Anche su questo nulla di più falso. A parte i super ricchi come lui e gli evasori fiscali che non vengono minimamente colpiti, i tagli alle regioni significheranno riduzioni di servizi e aumenti delle rette. La finestra unica annuale per andare in pensione determinerà che chi, senza lavoro, attende la pensione di vecchiaia perderà 7150 euro. Si potrebbe proseguire. Basta dire che in questi vent’anni i «sacrifici» sono stati a senso unico poiché i salari gli stipendi e le pensioni hanno perso il 20% del loro potere di acquisto a vantaggio del profitto e della rendita.

A proposito di questo scenario si potrebbero fare tanti ragionamenti. Io ne faccio uno, forse un po’ semplicistico, ma è quello che penso. I padroni hanno fatto il loro mestiere, le forze che dovevano tutelare i lavoratori e i ceti sociali più deboli hanno fallito su tutta la linea. La rincorsa delle politiche liberiste e le privatizzazioni hanno fatto arricchire i soliti noti e tolto dalle mani dello stato settori strategici. L’assunzione del maggioritario e del presidenzialismo ha alimentato la personalizzazione della politica, svuotato le assemblee elettive.
Tutte le svolte attuate dal maggiore partito della sinistra, dallo scioglimento del Pci ad oggi (Pds, Ds, Pd), hanno avuto questa impostazione e non solo il consenso elettorale è diminuito, ma la mancanza di proposta politica, come giustamente rilevava Valentino Parlato, è totale. Lo dimostra il fatto che, pur in presenza di una crisi profonda del governo e del Pdl, non emerge un’alternativa. Tuttavia se Atene piange, Sparta non ride! Anche noi, forze che in questi anni hanno tentato di costruire una alternativa sia alle destre che al centrosinistra, abbiamo fallito e siamo divisi.
Dobbiamo provare a fare qualcosa per uscire da questa afasia. A sinistra del Pd ci sono vari progetti in campo. Non intendo metterli in discussione, anzi. Per parte mia sono impegnato nella costruzione della Federazione della Sinistra, poiché credo che sia necessaria una riunificazione delle forze della sinistra, ma penso che ciò debba avvenire senza rinunciare all’autonomia dal Pd e senza cancellare la propria identità.
Detto questo, e quindi dando per scontato che ognuno persegue legittimamente il proprio progetto, perché non provare a unire le forze sulle tante cose che ci uniscono? Cosa ci dice il successo della raccolta di firme del referendum sull’acqua, se non che l’unità su contenuti chiari funziona da moltiplicatore e suscita energie? Visto che diciamo le stesse cose, perché non lavorare assieme per contrastare la manovra economica del Governo e il vergognoso accordo proposto dalla Fiat per Pomigliano?
Perché non costruire un «luogo comune» dove si possa discutere di questo e di altro e trovare le possibili soluzioni? In questi giorni è circolato un appello. Sta raccogliendo numerose adesioni. A settembre ci si propone di riunirsi per vedere cosa si può fare. Perché il manifesto e l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, da sempre luoghi plurali della sinistra, non ne diventano promotori?


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Commenti (2)
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1. 24-07-2010 15:55
 
Lo raccogliamo noi il tuo appello, compagno Claudio! E' MRS uno di questi "luoghi comuni" di cui parli, capaci di indicare alla sinistra la via giusta dell'unità e della rigenerazione dei valori e degli ideali, salvaguardando con cura le antiche e nobili radici socialiste e libertarie! 
Sul partire dalle battaglie concrete, unitarie ed entusiasmanti, come quella dell'acqua, ci trovi pienamente e FATTIVAMENTE concordi.
Registrato
 
2. 26-07-2010 12:55
 
Prove di unità a sinistra
Quote:
Quella sinistra che vuole lottare e non si rassegna 
 
di Francesco D’Agresta 
 
E’ stata, forse, la serata più attesa. Senz’altro il pieno di presenze, cinquecento persone che hanno affollato lo spazio dibattiti, ha fatto da cornice ad un incontro politico non rituale e carico di significati per questa bollente estate di politica italiana. A Castell’Arquato, in provincia di Piacenza, alla nona festa nazionale di Essere Comunisti, venerdì sera si è consumato qualcosa di importante. Un dialogo a tre tra Gianni Rinaldini, da poche settimane ex segretario generale della Fiom («un grande segretario generale», come lo ha definito Alberto Burgio, padrone di casa e cerimoniere della serata, tra gli applausi convinti e riconoscenti del pubblico), Claudio Grassi, responsabile nazionale dell’Organizzazione di Rifondazione Comunista, e Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e leader di Sinistra Ecologia e Libertà. 
Il titolo del dibattito (“La sinistra alla prova di una nuova unità”) ha indotto i relatori a muovere dall’analisi politica della fase. Come ha affermato Gianni Rinaldini, siamo ad un «passaggio d’epoca». Ne è prova l’atteggiamento industriale della Fiat che ha deciso, con Pomigliano e ora con la nuova sciagurata decisione di spostare parte della produzione in Serbia (in quella Zastava, come ha poi precisato nel corso della serata Claudio Grassi, che il nostro Paese ha bombardato non più tardi di dodici anni fa), di «superare tutti gli elementi di contrattazione collettiva, mettendo in discussione i fondamenti del sindacato e del movimento dei lavoratori» per come li avevamo conosciuti fino a pochi anni fa. Lo sfondo, dunque, è la «precarizzazione di massa, la disoccupazione galoppante e l’individualizzazione dei rapporti di lavoro». Usando le parole di Nichi Vendola, siamo entrati – senza che ce ne accorgessimo – in un dopoguerra in cui un conflitto trentennale ha lasciato solo macerie. Una guerra drammatica combattuta e vinta dai padroni contro i lavoratori. Claudio Grassi snocciola i dati, parla della Finanziaria, racconta di come nella crisi le grandi imprese si siano arricchite, moltiplicando i profitti sulla testa della povera gente. Non solo nel nostro Paese. Vendola allarga i confini, parla della Grecia «commissariata dall’Unione Europea», parla dell’Europa che «sta finendo e sta uscendo dalla sua secolare storia di diritti, inclusione e civiltà, innanzitutto del lavoro». 
Ma ci sono segnali di speranza. Li elenca Rinaldini, li riprende Grassi, li valorizza Vendola. Il no di Pomigliano, le lotte della Fiat di queste settimane, il milione e mezzo di firme raccolte per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua. 
Sono tutti segnali di speranza che si traducono in domande precise per la sinistra politica e sociale. 
Il sindacato sa svolgere il suo compito, come dimostra la convocazione da parte della Fiom di una grande mobilitazione nazionale per il lavoro da tenersi il prossimo 16 ottobre. La politica è ancora indietro, ingabbiata in una sconfitta culturale drammatica, alla ricerca di quel «punto di vista autonomo» progressivamente perduto in questi decenni. 
Ma sulle prospettive di lotta comune Grassi e Vendola, sotto lo sguardo compiaciuto di Rinaldini, concordano. La sinistra sia unita, nel difendere ciò che va difeso (come la Costituzione, il lavoro, quel che rimane dello Stato sociale e dei diritti) e nel riconquistare ciò che ha perduto (il contratto collettivo nazionale, la tutela dei salari, la civiltà giuridica nei luoghi di lavoro). 
Ma allora perché la sinistra non si unisce davvero? È la domanda che si pongono i tantissimi assiepati nello spazio dibattiti; ed è la domanda che Alberto Burgio pone, con intelligente insistenza, agli ospiti. Rinaldini ovviamente scarta ma rileva che sul piano sindacale si sente tutta l’urgenza di una sponda politica forte e che, soprattutto, non ripeta gli errori commessi (primo tra tutti «l’illusione» del governo Prodi). Vendola e Grassi danno risposte diverse. Vendola ha in testa un progetto, al contempo ambizioso e rischioso, alternativo a quello della Federazione della Sinistra. Per lui non bisogna rimettere insieme «i nostri piccoli recinti del passato» ma bisogna lanciare una sfida direttamente al Paese. Per questo serve una sinistra larga, popolare, unitaria, che prenda in carico direttamente il compito di «salvare» il Paese. 
I compagni applaudono, perché sentono nella proposta forte l’anelito unitario, la consapevolezza dell’urgenza di dare un’alternativa al governo delle destre. Ma applaudono anche, con inequivocabile convinzione, quando Claudio Grassi, in conclusione, fa gli auguri a Nichi per la sua impresa ma rimarca, forte e chiaro: «non dobbiamo saltare i passaggi, facendoci prendere dall’ansia di sparigliare le carte. Il nostro progetto è quello della Federazione della Sinistra, progetto diverso da quello di SEL. Il primo passo che dobbiamo compiere è coordinare queste forze a sinistra del Partito democratico – con il quale le differenze sono tante, come dimostra la vicenda dell’acqua pubblica – nel vivo delle battaglie comuni, a partire dal prossimo 16 ottobre». Il dibattito di Castell’Arquato ci consegna la fotografia di una sinistra che vuole lottare e non si rassegna. Ora si tratta di capire come camminare insieme, coniugando identità e strategie ancora diverse.

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