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Galileo ancora sotto processo: 40 anni di censura clericale della Rai al film della Cavani! |
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Scritto da Maria Rita Nucci
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mercoledì 07 luglio 2010 |
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Prodotto dalla RAI, ma poi vietato ai minori di 18 anni e mai trasmesso in televisione: è il film “Galileo” della regista Liliana Cavani che, nel 1968, propose una singolare sintesi storico-biografica del grande scienziato Galileo Galilei, filosofo, fisico, astronomo e matematico del Seicento al quale fu attribuita, ma senza certezze, la celebre frase “Eppur si muove!”. Vederlo o rivederlo oggi, mentre sulla nostra libertà di espressione incombe un imminente pericolo di censura-bavaglio che una certa volontà politica vuole instaurare violando i principi e i diritti sanciti dalla Costituzione, produce l’effetto sorprendente di assistere ad una rappresentazione di un vissuto che, pur nel suo svolgimento unico e particolare per soggetto e contesto storico, mostra gli effetti della nota “legge del potere” sempre uguale a se stessa in ogni tempo e in ogni luogo, quella che eternamente vuole entrare nei fatti , agire e imporsi sopra tutto e tutti per trionfare e perpetuarsi. Nel caso di questo film il potere è quello della Chiesa: retorica, pomposa e arrogante, stratega e ultra-conservatrice, attraverso il famigerato Tribunale dell’Inquisizione essa elimina fisicamente, senza alcuna “cristiana pietà”, donne e uomini “non allineati” e “scomodi”. Li punisce con censura, tortura e rogo; e con essi vuol far morire tutte le loro idee innovatrici e tutte quelle libere coscienze che parlano, che ricercano il vero nascosto dietro la superficie delle cose, che dissentono dalle opinioni dogmatiche o pre-costituite e che per questo costituiscono una reale minaccia per il mantenimento del suo status e per la stabilità delle sue alleanze “politiche” con i centri di potere temporale (nel film con il Gran Ducato di Toscana).
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Scritto da Mauro Ferri
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domenica 04 luglio 2010 |
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Pensare è fatica. Avverto le idee formarsi con lentezza nella mia mente. Costrutti elaborati si compongono gradualmente e, improvvisamente, diventano concetti comprensibili. Pensare impegna tutto me stesso. Quando penso, quasi non avverto nulla intorno a me, come se il mio esistere fosse solo nei miei pensieri. Ma forse è così. Devo ammettere che so ben poco di me. Chi sono? Ho cominciato a elaborare pensieri da qualche tempo, non saprei da quanto, non sono in grado di misurarlo. Dove mi trovo? Certo, le lancette dell orologio che vedo sospeso sopra la porta nella parete di fronte mi aiutano in qualche modo, ma ripetono instancabili lo stesso movimento e non so quanti giri hanno fatto da quando le ho notate, non ho tenuto il conto. Perché sono qui? Il solo formulare questi tre quesiti mi è costato una fatica enorme. Prima che cominciassi a pormi qualche domanda, tutt'ora senza risposta, c'era la luce, a volte il buio, e c'era il silenzio. Anzi, non è esatto dire c'era, perché quello c'è ancora, io vivo immerso nel silenzio. A un certo punto ho cominciato a scorgere qualcosa nella luce. Forme. Alcune immobili, altre in movimento. Forme che apparivano, si spostavano, a tratti si fermavano per poi spostarsi nuovamente, e poi scomparivano. Riconobbi prima le forme immobili. Riuscii a distinguerle tra loro, ma la cosa più entusiasmante, la sorpresa più bella, fu che capii che cosa erano, le riconobbi. Fu un momento di eccitazione straordinaria. Non solo perché feci la scoperta di poter formulare pensieri, ma anche perché realizzai di possedere tantissime informazioni depositate nella mia memoria, informazioni che potevano essere recuperate e utilizzate per pensare, sia pure con grande fatica. Infatti, alla gioia seguì la spossatezza e poi il sonno.
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Capitini-Calogero: 30 anni di amicizia e filosofia |
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Scritto da Giuseppe Pulina
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venerdì 18 giugno 2010 |
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Quello che s’instaurò per più di trent’anni tra Aldo Capitini e Guido Calogero non è stato solo uno dei più incredibili e fecondi rapporti intellettuali che l’Italia del XX secolo abbia mai conosciuto. Dall’intersecarsi delle vicende culturali e intellettuali di Capitini e Calogero è nata anche una straordinaria storia di amicizia. Tutto questo viene raccontato nel carteggio Capitini-Calogero che, a cura di Thomas Casadei e Giuseppe Moscati, è stato dato alle stampe dall’editore Carocci. In trentadue anni (dal 1936 al 1968, anno della morte di Capitini) di corrispondenze epistolari, più fitte in determinati periodi e più rade invece in altri, i due amici si confidano progetti, speranze e ansie su questioni di pubblico e grande interesse che toccavano anche la sfera privata. Le parti più interessanti e stimolanti dell’epistolario sono quelle in cui alle lettere dell’uno seguono puntualmente le missive di risposta dell’altro. Quando il rapporto epistolare si fa scambio diretto, conviviale interazione intellettuale, diventa, infatti, più facile cogliere la profondità di certi passaggi, il cui valore è così esemplare che non sarebbe errato considerare il carteggio Capitini-Calogero come una delle più lucide, intense e penetranti testimonianze dell’Italia dei decenni centrali del ’900.
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Se avesse vinto la laica Ipazia |
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Scritto da Michele Martelli
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giovedì 27 maggio 2010 |
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Agorà, il film del regista spagnolo Alejandro Amenábar, che racconta la tragedia di Ipazia d’Alessandria, è davvero scioccante. Anche per chi su Ipazia ha già letto qualche libro. Perché la potenza delle immagini in celluloide è in grado di suscitare sentimenti, pensieri ed emozioni di una rapidità e intensità tale che nessuna parola scritta può eguagliare. Uscito dalla sala, non puoi non continuare a riflettere sulle vicende narrate nel film. E magari a immaginare in che mondo vivremmo se avesse vinto Ipazia, e non l’episcopo Cirillo. Eh sì, perché la storia di Ipazia si colloca in un periodo di svolta storica, tra il IV e il V secolo d.C., dei cui effetti deleteri, nonostante le moderne Rivoluzioni e l’Illuminismo, il liberalismo e la democrazia, non ci siamo ancora completamente liberati. Quali le questioni centrali? Quelle che ancora oggi oppongono in gran parte clericalismo e laicità. E cioè: a) il rapporto tra Stato e Chiesa; b) l’autonomia della ragione dalla fede; c) l’eguaglianza giuridica uomo-donna. Tra il IV e il V secolo, come noto, prima Costantino legittima il cristianesimo, e poi Teodosio I, con l’editto di Tessalonica (380), lo eleva a religione ufficiale dell’impero. La Chiesa si fa Chiesa di Stato. Inizia la caccia alle eresie. I culti pagani sono vietati per legge. Le sacche di resistenza sono gradualmente soppresse. In questo clima si consuma la tragedia di Alessandria descritta in Agorà.
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L’ultimo messaggio di Sanguineti: «Nel capitalismo siamo tutti in esubero» |
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Scritto da Edoardo Sanguineti
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mercoledì 19 maggio 2010 |
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Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico - almeno io non posso non dirmi tale - la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società - se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme - e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione. Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Allora, il vero problema è la coscienza di classe: come questa si determina, si organizza in modo adeguato a quelle che sono di volta in volta le condizioni storiche, che mutano nel tempo e nello spazio e, all’interno di un medesimo tempo e un medesimo spazio, anche in rapporto a quelle che sono le posizioni conflittuali delle diverse classi. Credo che, se si giunge a comprendere il senso reale di un testo molto limpido, come è il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, non si può non arrivare alla determinazione che, in ultima istanza, per ragioni economico-sociali, le classi che si oppongono si riducono a due: il proletariato e la borghesia capitalistica. Nel concreto storico, allo stato attuale, il capitale finanziario. E a questo punto il processo diventa irreversibile. Non è possibile, una volta acquisita questa consapevolezza, abbandonarla, salvo per delle ragioni che sono di debolezza di diagnosi e di incapacità di cogliere quello che la realtà ci offre.
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Scritto da John Lennon
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martedì 18 maggio 2010 |
Immaginate che non ci sia nessun paradiso (è facile se ci si prova), e nessun inferno sotto di noi; che sopra le nostre teste ci sia soltanto cielo. Immaginate che tutti vivano solo per questa vita. Immaginate che non ci siano nazioni (non è poi così difficile), niente per cui uccidere o morire. E nemmeno le religioni. Immaginate che tutti vivano in pace. Direte che sono un sognatore, ma non sono l’unico; e spero che un giorno sarete dalla nostra parte, così il mondo sarà unito. Immaginate che non ci sia proprietà privata (chissà se ci riuscite...), senza bisogno di avidità da una parte e di fame dall’altra: una umanità affratellata che condivide il mondo intero! Direte che sono un sognatore, però non sono il solo; e spero che un giorno starete con noi, così il mondo vivrà unito.
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Imagine there's no heaven / It's easy if you try / No hell below us / Above us only sky / Imagine all the people / Living for today...
Imagine there's no countries / It isn't hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace...
You may say I'm a dreamer / But I'm not the only one / I hope someday you'll join us / And the world will be as one
Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people / Sharing all the world...
You may say I'm a dreamer / But I'm not the only one / I hope someday you'll join us / And the world will live as one
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Filosofia: tre domande su Kant |
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Scritto da Francesco Bianchi
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giovedì 13 maggio 2010 |
Uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero di Immanuel Kant, Francesco Bianchi, risponde in esclusiva per il nostro sito ad alcuni tra i più importanti quesiti circa la filosofia del grande pensatore tedesco. Le tre domande sono state formulate dall’alunna Caterina Fossi (Liceo Classico di Fano).
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1 – Poiché noi abbiamo, dello stesso oggetto, percezioni diverse, come è possibile l’universalità della scienza?
2 – Perché la trattazione dei postulati della ragione pura pratica non è una metafisica?
3 – Come si spiega che nella conoscenza speculativa l’esperienza è necessaria per l’universalità della legge scientifica, mentre nella sintesi morale essa lede il principio dell’universalità della legge morale?
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1 - La domanda contiene un’ambiguità, che peraltro si trova a volte anche nel testo kantiano, e consiste nel fatto che viene mescolato il concetto di cosa in se stessa (Ding an sich selbst) con quello dell’apparenza (Erscheinung). Infatti l’espressione “percezioni diverse” si riferisce a oggetti apparenti (Erscheinungen), mentre quella “dello stesso oggetto” alla cosa in sé. La questione risale allo Hume, che intende negare la possibilità di cogliere l’oggetto come è in se stesso, quindi l’oggetto permanente anche senza la percezione, sulla base del principio che tutto ciò di cui siamo certi è l’esperienza reale e per il tempo in cui essa si verifica. Oltre a questa nessuna conoscenza certa è possibile. Di conseguenza possiamo avere infinite percezioni diverse dello stesso ipotetico oggetto, inteso come sostanza permanente oltre le percezioni, ma nessuna che accerti la sua esistenza e, al caso, di come questo oggetto sia indipendentemente da esse, quindi, al di là della percezione, nessuna conoscenza certa di esso e della sua esistenza è possibile. Commenti (6) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 418 |
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Il genio di Gianni Rodari, 30 anni dopo |
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Scritto da Pino Boero
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mercoledì 14 aprile 2010 |
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Sono trascorsi trent’anni da quando Gianni Rodari ci ha lasciati (il 14 aprile del 1980), ma di lui - per fortuna - non parliamo al passato: i suoi libri, il suo impegno civile, la sua capacità di dirci che si possono affrontare con un sorriso anche impegni terribilmente seri, la sua funambolica intelligenza che spiazzava il lettore, l’eleganza e la leggerezza dello stile sono ancora con noi e possono vantare un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani. Certamente Gianni Rodari fu un intellettuale dai vastissimi interessi: giornalista e commentatore politico con «voglia di raccontare»; uomo di scuola vicino a maestri come Bruno Ciari e Mario Lodi che nel secondo dopoguerra, attraverso il Movimento di Cooperazione Educativa, cominciarono a mettere i bambini al centro dell’attività didattica comunicando loro - sono parole di Gianni - «non solo il piacere della vita, ma la passione della vita»; educandoli «non solo a dire la verità, ma ad avere la passione della verità». «Vedere i bambini felici non ci può bastare. Dobbiamo vederli appassionati a ciò che fanno, a ciò che dicono, a ciò che vedono». Scrittore, infine, attentissimo a non escludere dalla produzione letteraria nessuna delle sue convinzioni e delle sue passioni civili, ma anche rispettosissimo del racconto e del piacere di leggere: «Le storie - aveva sostenuto in diverse occasioni - non devono avere una morale prefabbricata; la morale, se c’è, deve emergere dal contesto narrativo, senza forzature e violenze al gusto di chi legge».
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Luc’era una volta... (che Bel Paese!) |
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Scritto da Rosy Turriani
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lunedì 22 marzo 2010 |
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Cari amici, vi scrivo da Lucera, in provincia di Foggia: 400 chilometri a sud di Fano e tre volte tanto a nord della Libia. D’estate arriva presto il vento africano, con la sabbia rossa del deserto; le temperature possono superare i 45 gradi; è zona sismica di classe 2, stretta com’è fra due faglie che si incrociano a pochi chilometri da qui. Lucera (35.000 abitanti) ha un nobile passato e un discutibile presente. Fu colonia romana privilegiata con diritto di battere moneta. Nel XIII secolo fu una delle residenze preferite di Federico II, che su uno dei tre colli costruì il suo Castello. Fu un laboratorio di integrazione razziale quando lo stesso Federico vi trasferì dalla Sicilia un nutrito gruppo di Saraceni. Nel 1300, cinquant’anni dopo la sua morte, vennero i Francesi e poi gli Spagnoli. Dei Francesi è rimasto l’uso di pronunciare come tronche molte parole bi-trisillabe (computèr, scootèr ecc.). Nei secoli si andarono consolidando le grandi proprietà terriere: così c’erano pochi latifondisti e una folla di povera gente. Loro si costruivano in centro palazzi sontuosi depredando il castello di Federico, ormai dismesso; gli altri stavano nei bassi, tanti in una stanza e con l’asino attaccato vicino al letto. Adesso nel Castello, che all’interno delle mura ha una superficie di otto ettari, crescono i cardi, la rucola e la cicoria selvatica; un cartello sbiadito (sta lì da almeno quindici anni) annuncia gli scavi per portare alla luce i resti delle successive edificazioni, dai Romani poi.
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Marx, il ritorno dello "spettro" |
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Scritto da Diego Fusaro
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lunedì 08 febbraio 2010 |
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Marx è morto. È questa l'ossessiva litania che siamo ormai abituati a sentire. Dietro tale canto funebre – che a prima vista parrebbe proprio il riscontro di un decesso – si cela però, forse, l'auspicio che tale trapasso abbia luogo davvero, perché il “morto” in questione è ancora in forze e non cessa di seminare il panico tra i vivi. Chi si ostina a ripetere, in nome di Dio o del Mercato, che “Marx è morto” lo fa, allora, perché assillato dal suo spettro: esso continua infatti a denunciare le contraddizioni di un mondo capovolto, di una realtà spettrale che – sospesa in un incantesimo di alienazione e sfruttamento, di feticismo e di mercificazione universale – abbiamo prodotto noi stessi, ma che è a tal punto opaca da sembrare autonoma e da dominarci minacciosa. Da queste considerazioni è bene muovere per tornare a leggere Marx, per riflettere sull'attualità e l'inattualità del suo pensiero; su quali siano i suoi “spettri” che continuano ad aggirarsi tra noi, anche oggi che il “socialismo reale” è naufragato e che la storia ha mandato in frantumi il sogno di Marx. Il fallimento delle sue profezie non intacca infatti l'esattezza delle denunce da lui formulate, e la sua critica radicale del capitalismo rappresenta ancora lo strumentario concettuale più “forte” per criticare la società esistente e le contraddizioni che la permeano. Il suo progetto, inoltre, continua a essere – dopo tutto – la più seducente promessa di felicità di cui la filosofia moderna sia stata capace.
(Diego Fusaro, Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario, Bompiani, Milano 2009, 380 pp., 11,50 euro)
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