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Scritto da Stefano Pippa
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domenica 05 settembre 2010 |
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Sono stato alla presentazione, a Verona, del libro di Diego Fusaro [nella foto,ndr] Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario. Più che una presentazione è stato un dialogo filosofico-politico, una maratona tra concetti, storia, filosofia e politica della durata di tre ore, con un’ottima partecipazione di pubblico che, tutt’altro che stanco, ha animato un vivace e proficuo dialogo che sarebbe forse andato avanti ancora se la scaletta organizzativa l’avesse consentito. Una smentita a chi pensa che la filosofia non interessi a nessuno, insomma… La lettura che Diego Fusaro dà di Marx ha un doppio innegabile pregio. Ricollega drasticamente e senza mezzi termini Marx a Hegel, mostrandone con cura il superamento in senso materialistico, evidenziando al tempo stesso il debito consistente che l’impianto filosofico marxiano ha verso quello del suo maestro; dall’altro, l’insistenza sul tema della libertà, della libertà individuale (già: proprio quella libertà che di solito si pensa appannaggio del moderno liberalismo, e che il collettivo immaginario non è che la “promessa tradita”, la “barbarie” dei regimi comunisti) mostra ipso facto l’importanza che in Marx ha la dimensione utopica, lo slancio verso un futuro di piena realizzazione dell’interezza umana, nella stessa impostazione del metodo di critica verso il presente. Come sempre, ogni lettura genuinamente filosofica di un autore del passato è anche una dichiarazione di intenti. È filosofia essa stessa. E una lettura di Marx non può che essere filosofia politica. Anzi: politica, direi, nella misura in cui la filosofia con Marx recupera la vocazione pratica, lasciandosi alle spalle la mera interpretazione del mondo per lanciarsi nell’avventura della sua trasformazione, come affermato nell’undicesima tesi su Feuerbach; ogni lettura genuinamente filosofica di Marx, allora, è essa stessa politica, e la dimensione politica della proposta teoretica di Fusaro credo che stia principalmente nel rilancio del Marx “umanista”.
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23 agosto 1927: la condanna di Sacco e Vanzetti, trionfo dell’ingiustizia |
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Scritto da red
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lunedì 23 agosto 2010 |
Spesso l’amministrazione della “giustizia” è utilizzata dai gruppi di potere per eseguire volgari vendette politiche. Si costruiscono false accuse e false testimonianze contro le persone che si vogliono colpire e non è difficile trovare i giudici disposti a emettere la sentenza di condanna.Negli Stati Uniti, dopo la prima guerra mondiale, la classe dirigente aveva scatenato una forsennata campagna di odio contro i lavoratori che lottavano per un miglioramento delle proprie condizioni di vita. Persecuzioni di ogni genere colpirono i socialisti, gli anarchici, i militanti dei sindacati, che erano chiamati col termine di “rossi”. Tra costoro i più odiati erano gli stranieri, ossia coloro che erano immigrati negli Stati Uniti da poco tempo. L’episodio più ignobile di questa campagna fu il processo intentato a due anarchici italiani: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Il 24 dicembre 1919 alcuni banditi assaltarono un furgone che trasportava le paghe degli operai di una fabbrica, a Bridgewater. Lo stesso giorno alla stessa ora a 60 chilometri di distanza, a Plymouth, un anarchico italiano di nome Bartolomeo Vanzetti girava per le vie della città con il suo carrettino vendendo anguille. Lo accompagnava un giovane aiutante di nome Beltrando Brini, anche lui italiano. Il 15 aprile 1920, a South Braintree. due banditi rapinarono le paghe dei dipendenti di un calzaturificio e uccisero il cassiere e un poliziotto. Subito la colpa vennedata agli anarchici. anche se non esisteva la minima prova. Il 5 maggio Vanzetti venne arrestato su un tram insieme con un compagno anarchico di nome Nicola Sacco, pure lui italiano, operaio in un calzaturificio. Addosso ai due vennero trovati alcuni manifestini anarchici e una pistola. Era quanto bastava perché il ministro della giustizia e il capo della polizia decidessero che era arrivato il momento di dare una lezione ai “rossi” e agli italiani. Commenti (3) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 153 |
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Nonviolenza e “società di tutti” |
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Scritto da Aldo Capitini e Lanfranco Mencaroni (1963)
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domenica 15 agosto 2010 |
1) La situazione politica italiana e mondiale presenta un vuoto rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l'esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell'imperialismo, dell'autoritarismo. Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un'azione organica nella situazione italiana, per cui, da una società dominata da pochi, si passi ad una società aperta a tutti nelle libertà, nel potere, nell’economia, nella cultura.
2) La crisi dei movimenti operai e socialisti nell'attività politica e sindacale è dovuta principalmente al fatto che non si è saputo concordare dinamicamente la triplice finalità suddetta con la pratica quotidiana nella attuale democrazia.
3) Sarebbe un errore credere che la politica del neocapitalismo, con le attrattive del benessere e la suggestione degli interventi paternalistici e provvidenziali, riesca a cancellare dalle moltitudini la tendenza a possedere effettivamente il potere con tutte le sue responsabilità, a controllare tutte le decisioni pubbliche, a impedire realmente la guerra, a sviluppare la libertà e la cultura di tutti nel modo più fiorente. Lo sviluppo della lotta per la pace, la democrazia, la giustizia economica e sociale, contro la miseria e la fame nel mondo, in difesa dell'ambiente e della salute, per la diffusione dell'istruzione e la difesa della cultura, provano che le moltitudini accettano sempre di meno gli equivoci offerti dalla classe dirigente. Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 137 |
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Berneri e Nin, rivoluzionari contro lo stalinismo |
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Questione morale: la lezione di Enrico Berlinguer |
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Scritto da Samuele Mascarin
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venerdì 11 giugno 2010 |
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L’11 Giugno ricorre l’anniversario della morte del Segretario del PCI Enrico Berlinguer, una figura che per spessore politico e morale riuscì ad essere amata e stimata non solo dai suoi compagni di partito ma da milioni di italiani. Di lui oggi restano alcune immagini e molti ricordi, ma ciò che di più vivido rimane della sua azione è – in termini quasi profetici – la lezione morale, che varrebbe oggi la pena recuperare proprio mentre una nuova, grave e diffusa questione morale è tornata a infettare la politica italiana. Si moltiplicano infatti le notizie di reato sulle quali sta indagando la magistratura. A prescindere dalle responsabilità che i giudici potranno o meno accertare, è urgente denunciare e risolvere la degenerazione della politica: una personalizzazione senza freni e senza principi, campagne elettorali individuali da decine di migliaia di euro per accedere a un consiglio regionale, reti clientelari diffuse e trasversali, conflitti d'interesse, commistione tra pubblico e privato, saccheggio del territorio per garantire profitto ai proprietari delle aree... Non è una riedizione della Tangentopoli dei primi anni 90: è peggio. Quel che i magistrati svelarono allora era un sistema di corruzione centralizzato, costruito attorno a partiti avidi di denaro pubblico al fine di aumentare sempre più il loro potere. Era il drammatico culmine della “partitocrazia”. Quel che si vede oggi è del tutto diverso. I partiti sono scatole vuote, contenitori di lobbies e di interessi personali, mezzi di trasporto dai quali si sale e si scende con disinvoltura per fare carriera nelle istituzioni.
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Lavoro e proprietà nella Costituzione |
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Scritto da Assemblea Costituente
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venerdì 11 giugno 2010 |
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
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La dialettica del liberalsocialismo |
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Scritto da Giancarlo Iacchini
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giovedì 03 giugno 2010 |
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Il liberalsocialismo, che oggi chiamiamo radicalsocialismo per evidenziarne la dirompente valenza rivoluzionaria rispetto alla melassa “riformista” – centrista e moderata – che concilia staticamente (e annacqua) i nobili ideali che lo compongono, è la sintesi delle due migliori radici storiche della sinistra: il filone del liberalismo sociale e progressista e quello del socialismo libertario e radicale. Nell’ideale della libertà, che sintetizza dialetticamente i concetti di eguaglianza e differenza, va individuato il nucleo teorico e pratico del radicalsocialismo: è l’ideale su cui rifondare e unire la sinistra del ventunesimo secolo. L’incontro e la fusione dei diritti individuali con la giustizia sociale mette fine alla secolare diatriba tra i sostenitori della “libertà” (i liberali) e quelli della “eguaglianza” (i socialisti). Come la storia ha dimostrato, senza libertà l’idea egualitaria diventa omologazione, appiattimento, oppressione e totalitarismo; ma senza eguaglianza i principi liberali si trasformano in una malcelata difesa delle élites dominanti e dei loro inaccettabili privilegi. La società giusta, come ha scritto John Rawls guadagnandosi la definizione di “maggior filosofo politico del Novecento”, ha come primo principio la “libertà eguale”, cioè per tutti, e come secondo postulato il riconoscimento delle differenze unito alla spinta etica alla solidarietà (o fraternità), per promuovere il massimo beneficio dei “meno avvantaggiati”: sono le stesse idee sostenute trent’anni prima dai liberalsocialisti italiani nell’eroica stagione di Giustizia e Libertà e del Partito d’azione (Rosselli, Calogero, Capitini, Basso, Calamandrei, Parri ecc.) ed anche – nella sostanza – da grandi riformatori vissuti in precedenza quali Ferrari, Pisacane, Cavallotti e Gobetti.
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Il Garibaldi “socialista” (nel 150° dei Mille) |
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Scritto da Avanti!
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mercoledì 05 maggio 2010 |
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La storiografia risorgimentale ha prestato scarsa attenzione al socialismo di Giuseppe Garibaldi. La sua azione politica, pervasa da sincera umanità, s’inserisce invece in quelle tendenze ideali che hanno caratterizzato il socialismo nel suo sviluppo originario. Come egli stesso ricordò più volte, fu nel 1833, durante un viaggio per l’Oriente, che conobbe le idee umanitarie e sociali di Saint-Simon. Il contatto con un gruppo di sansimoniani, guidati da Emile Barrault, e l’influenza di Saint-Simon lasciarono nel giovane Garibaldi (allora venticinquenne) un’impronta indelebile. Quel socialista francese, che predicava il libero sviluppo delle facoltà umane attraverso il ritorno all’interezza armonica della natura, orientò Garibaldi nella sua successiva evoluzione politica. I primi passi di Garibaldi risalivano agli anni Trenta del secolo XIX. Dall’adesione alla Giovane Italia - la cui affiliazione avvenne senza bruschi passaggi per l’influenza che Saint-Simon esercitò su Mazzini - e poi alla Massoneria (1844), Garibaldi corroborò gli influssi socialisti provenienti dalla Francia. L’assidua frequenza delle logge Asile de la Veru e Amis de la patrie gli permise a Montevideo di partecipare al dibattito, che si sviluppò con la pubblicazione nel 1839 de L’organisation du travail di Louis Blanc e de De lesclavage moderne di Félicité R. de Lamennais; o due anni dopo con quella di Voyage en Icarie di Etienne Cabet. Attraverso la conoscenza di queste opere, l’anticlericalismo di Garibaldi, influenzato dalle idee di Proudhon e dalle battaglie anticuriali di Lamennais, si accentuò e la sua religione naturale assomigliò sempre di più al mondo ideale dei socialisti francesi.
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Capitini e Calogero: storia e attualità del liberalsocialismo |
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Scritto da Movimento RadicalSocialista
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mercoledì 28 aprile 2010 |
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Alle radici del nostro radicalsocialismo c’è naturalmente il liberalsocialismo di Guido Calogero e Aldo Capitini, ma anche il “socialismo liberale” di Carlo Rosselli, la “rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, l’esperienza di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione. Questo prezioso patrimonio intellettuale, politico, etico della cultura italiana progressista è stato rievocato a Pesaro in un convegno organizzato da Movimento RadicalSocialista, Consulta per la Laicità, Associazione Amici di Aldo Capitini e Fondazione Centro Studi Aldo Capitini, sotto l’egida dell’amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino che ha ospitato l’iniziativa nella Sala Consiliare. L’occasione per parlare del liberalsocialismo è stata offerta dalla presentazione del carteggio Capitini-Calogero, Lettere 1936-1968, curato da Thomas Casadei e Giuseppe Moscati (Carocci, Roma, 2009) sotto la direzione editoriale di Mario Martini. Proprio il prof. Martini (docente di Filosofia Morale all’Università di Perugia) è stato il relatore principale insieme al prof. Paolo Bonetti (docente di Bioetica all’Università di Urbino e figura storica del liberalismo italiano). Sono inoltre intervenuti, dopo il caloroso e tutt’altro che formale saluto dell’assessore alla Cultura Davide Rossi, il presidente dell’Anaac Luciano Capitini, nipote di Aldo, il curatore del volume Giuseppe Moscati e il portavoce nazionale di MRS Giancarlo Iacchini.
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Il liberalsocialismo di Calogero e Capitini, 70 anni fa |
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Scritto da Guido Calogero e Aldo Capitini
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domenica 18 aprile 2010 |
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Di fronte al conservatorismo che si dà veste liberale, e all'estremismo sociale che non risolve i problemi necessari della libertà, noi affermiamo la nostra volontà di combattere per l'unico e indivisibile ideale della giustizia e della libertà. Facciamo nostra la rivendicazione e l'ulteriore promozione di tutti quegli istituti della libertà democratica che hanno assicurato il fiorire dello stato moderno, ma siamo convinti di poter procedere in tal senso solo affrontando e risolvendo insieme anche il problema sociale. Vogliamo che agli uomini siano assicurate non soltanto le garanzie istituzionali, giuridiche e politiche della libertà, ma anche le condizioni economiche, che permettano ad essi di valersene per la piena espansione della loro vita. Alla libertà di parola e di voto, non vogliamo che si accompagni la libertà di morire di fame. Ma nello stesso tempo sappiamo che nessuna riforma sociale può realmente assicurare agli uomini la giustizia, se in seno ad essa non opera, perenne, il controllo e l'iniziativa della libertà. Né la libertà può essere un futuro, rispetto alla giustizia, né la giustizia un futuro rispetto alla libertà. Entrambe debbono essere presenti ed operanti, a garantirsi e a promuoversi a vicenda. Contro l'attuazione di questi nostri ideali sta il fascismo, non solo come ideologia e come regime politico, ma anche come coalizione ed espressione di interessi oligarchici.
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