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Basta col bipolarismo: noi pensiamo a costruire la sinistra! |
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Yelverton e la storia dell’inno “oltraggiato” |
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Scritto da Giancarlo Iacchini
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giovedì 02 settembre 2010 |
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Come Tommie Smith e John Carlos. Quattro anni dopo il gesto dei due atleti neri che levarono il pugno chiuso durante l’inno statunitense, alle Olimpiadi messicane del 1968, e che per questo furono cacciati dalla squadra di atletica, un’analoga protesta fu messa in atto da un giocatore di basket, Charles Yelverton, che nel 1972 rimase platealmente seduto durante l’esecuzione dell’inno a stelle e strisce. Radiato per questo dalla Nba, fu costretto a diversi lavori “comuni” per sbarcare il lunario (per un po’ fece anche il taxista) prima di essere chiamato da Alessandro Gamba, allenatore della grande Ignis Varese, e diventare un mito della pallacanestro italiana a metà degli anni Settanta. Ho avuto la fortuna di incontrarlo in questi giorni, 35 anni dopo, 62 enne ma ancora incredibilmente in forma. Allena ancora i ragazzini che si avvicinano al suo sport preferito, ma quel che più gli piace, adesso, è suonare il sax: «Sceglierei il basket solo se potessi rigiocare una finale scudetto – confessa ridendo – altrimenti meglio la musica, tanto è sempre questione di ritmo; anche i movimenti sul parquet sono jazz puro». Charlie, come l’hai trovato quel coraggio, 38 anni fa? «C’era la sporca guerra del Vietnam, la discriminazione razziale… Sentivo che quel gesto era necessario». Se lo ricordano in molti? «Non credo proprio. E chi conosce l’episodio mi chiede se nel frattempo mi sono “pentito”». E tu cosa rispondi? «Che ho fatto un grosso errore: invece di mettermi a sedere avrei dovuto inginocchiarmi, così anche a sospettare l’ironia non mi avrebbero potuto cacciare!».
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«Adesso vedo il mondo a colori...» |
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Scritto da Enrica Caferri
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mercoledì 01 settembre 2010 |
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Quando sorge il sole? Un giorno un rabbino riunì i suoi alunni e chiese: «Come sappiamo qual è il momento esatto in cui finisce la notte e comincia il giorno?». «E’ quando, da lontano, siamo capaci di distinguere una pecora da un cane», disse un bambino. Un altro allievo replicò: «Per la verità, sappiamo che è già giorno quando possiamo distinguere, da lontano, un ulivo da un fico». Il rabbino rispose: «Non è una buona definizione». I ragazzi allora chiesero: «E allora qual è la risposta?». E il rabbino disse: «Quando uno straniero si avvicina e noi lo confondiamo con nostro fratello e i conflitti spariscono: quello è il momento in cui la notte finisce ed il giorno comincia!».
Il popolo d’Israele ha una grande tradizione laico-liberal, il detto rabbinico che ho citato ne è la prova. Purtroppo però molte volte lo stato di Israele si è trovato a compiere delle azioni riprovevoli nei confronti di altri popoli. La dicotomia può nascere forse dalla paura che questa nazione ha per la sua sopravvivenza: non è che in passato gli ebrei non abbiano avuto motivo di temere per la propria sopravvivenza, i campi di concentramento erano pieni zeppi di loro e noi caucasici facevamo finta di non vedere e non sapere. Si sentono ancora vecchi detti sugli ebrei che fanno accapponare la pelle, la paura rende l’uomo fragile e chi al posto loro non avrebbe paura di vedere i propri figli, madri, padri, sorelle, amici sparire da un momento all’altro e trovarsi solo in un mondo nel quale non riesce più a ritrovare le proprie radici? I bambini palestinesi ci spezzano il cuore. E i bambini ebrei no? Io li vedo eguali, con lo stesso diritto ad essere felici e riconosco questo diritto a tutti i bambini del mondo: bianchi e neri, belli e brutti, sionisti e islamici, perché credo che il diritto alla felicità non abbia cittadinanza.
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Fallito il bipolarismo italiano |
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Scritto da Piero Alberto Capotosti
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venerdì 27 agosto 2010 |
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Si era detto che la nuova legge elettorale Calderoli, approvata in vista delle elezioni del 2006, avrebbe assicurato governabilità e stabilità di governo, consentendo agli elettori di scegliere direttamente premier, maggioranza e programma di governo. Eppure, a soli due anni di distanza, la presa di distanza del gruppo politico del ministro Mastella dall’area di governo aveva di fatto portato alla fine anticipata della legislatura. Anche oggi, a soli due anni di distanza dalle elezioni del 2008, la presa di distanza dalla maggioranza di un autonomo gruppo politico facente capo al presidente Fini ha messo in moto un processo politico che, pure tra mille variabili, rischia di condurre rapidamente alle elezioni politiche anticipate. Che fine ha dunque fatto la promessa stabilità di governo? Eppure sull’altare della governabilità si era limitato il diritto di scelta degli elettori ad un’offerta politica essenzialmente di tipo duopolistico e si erano indotte le forze politiche a raggrupparsi forzosamente, nella speranza di conseguire il premio di maggioranza, in due cartelli elettorali ampiamente eterogenei. Oggi si è fortemente tentati di dire che è fallito il bipolarismo “all’italiana”, coatto e artificioso, perché prodotto a tavolino, senza alcun radicamento ideale e sociale con il miraggio di conseguire, appunto mediante il premio di maggioranza, una sicura maggioranza in Parlamento, anche se si ottiene nel Paese un consenso tutt’altro che maggioritario. Questo fallimento del sistema elettorale è eloquentemente testimoniato, oltre tutto, dalle prese di posizione di questi giorni dei vari partiti politici, che evocano chiaramente formule, strategie e tattiche parlamentari tipiche di quella “deprecata” prima Repubblica, che in realtà non è mai morta.
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Primo, rimettere in piedi le istituzioni disastrate! |
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Scritto da Giuseppe Scherpiani
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martedì 24 agosto 2010 |
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E' di qualche giorno fa una nota di Luigi De Magistris sul ritorno dei finiani ad una ipotetica Canossa. Da giorni Berlusconi tuona dicendo che sui suoi cinque punti non si tratta. Bossi dichiara un giorno sì e l'altro pure che bisogna andare ad elezioni subito. Di Pietro parla di legalità e Bersani, come spesso gli succede, sta zitto. Speriamo che sia perché ha in serbo un piano segreto che vuole tenere per sé; non si può mai sapere. A vedere e ascoltare quel che appare sui media di stato parrebbe una situazione in fermento, con tutti quegli omìni vestiti di blu che si muovono come formiche, instancabilmente e febbrilmente, fra i palazzi della politica, le innumerevoli residenze del Premier, le sedi dei partiti e le spiagge alla moda, ché tanto dopo undici mesi di duro lavoro un pochino di riposo ci vuole, che diamine! Invece a mio avviso non sta succedendo quasi nulla, perché quasi nulla si è fatto fino ad oggi, a destra e a sinistra. In sostanza si è occupato quasi tutto il 2010 per dare una mano di vernice alle parole pronunciate dai divani di RAI e Mediaset, in migliaia di dichiarazioni, convegni, seminari di studio, laboratori, commissioni e gruppi ristretti, invece di politica praticata, di schieramenti netti su qualche questione importante, di direttive precise ai militanti per prendere iniziative. Semplice propaganda, insomma, che a tutt’oggi continua nonostante il rischio imminente di elezioni anticipate. Elezioni che verranno in anticipo sulla fine della legislatura, nonostante la schiacciante maggioranza a disposizione del premier. Questi sono i malanni del leaderismo, che derivano in primo luogo dalla sciagurata scelta del 1993 operata dai dirigenti dell'allora PDS, in quell'anno partito di maggioranza relativa, i quali pensarono bene che l'introduzione di una legge maggioritaria li avrebbe portati dritti al governo per l'eternità. Contro la storia e la società dell'Italia stessa.
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Con la gente “buona e pulita” che vuole verità e giustizia, per costruire l’alternativa al Sultano |
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Scritto da Luigi De Magistris
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martedì 17 agosto 2010 |
Dalle colline del Cilento, tra le campagne e il mare, tra punta Licosa e la Valle di Diano, penso alla strada che dobbiamo fare per conquistare l’Italia e liberarla dall’occupazione delle caste. Il partito dell’amore è divenuto il partito dell’odio: Berlusconi e Fini, i soci fondatori del PDL se si potessero ammazzare lo farebbero senza remore. Berlusconi + Bossi rappresentano la nuova destra: eversiva, estremista, razzista e populista. E’ nato, nel frattempo, il terzo polo che, attenzione, non è la nuova DC,in quanto non ha nulla di popolare: è un’operazione di “palazzo”. Il terzo polo – quello che si presenta come la nuova destra liberale – è, in realtà, il riposizionamento, al centro, di una parte dei poteri forti: una fetta rilevante di Confindustria, probabilmente Montezemolo, un segmento significativo delle gerarchie ecclesiastiche che non tollerano più il folklore edonistico del sultano di Arcore, i finiani folgorati sulla via di Damasco sul tema della legalità, Casini e l’affine Caltagirone, Cuffaro (quello condannato per fatti di mafia, il vero azionista di maggioranza dell’UDC), Cesa (quello già coinvolto in inchieste su truffe all’Unione europea), De Mita (il nuovo ideologo del terzo polo), Rutelli (alias Rutellone, il radical chic sinistrato Sindaco di Roma, frequentatore anche di “incriccati” della P3, già Nuova P2). Ecco, il terzo polo non è il partito dell’amore, è il partito della normalizzazione. Raccolgono i frutti delle leggi vergogna berlusconiane che soprattutto i finiani hanno avallato dalla prima all’ultima e si presentano, oggi, come gli uomini nuovi, i salvatori della patria dal berlusconismo. In realtà, vogliono solo liberarsi di Berlusconi e rimanere, dalla casta, agganciati alle poltrone.
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Nel nome di Simòn Bolivar: sarà vera pace? |
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Scritto da Antonio Moscato
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venerdì 13 agosto 2010 |
L’incontro tra i presidenti di Colombia e Venezuela sui media italiani è stato minimizzato o ridicolizzato puntando su aspetti marginali, di colore, come la tuta indossata da Chávez… Giustamente un osservatore puntuale come Gennaro Carotenuto ha fornito un’informazione ampia e tempestiva (vedi http://www.jacopocustodi.altervista.org/, nota di MRS). Forse, però, un po’ troppo ottimistica. È vero, ed è indubbiamente positivo, che le provocazioni del presidente colombiano uscente Uribe e la risposta allarmata di Chávez (con rottura immediata dei rapporti diplomatici e mobilitazione alla frontiera) hanno ceduto rapidamente il passo al dialogo e alla stretta di mano tra i due presidenti sotto lo sguardo benevolo del ritratto di Bolivar. È anche vero che i vantaggi per il Venezuela sono probabilmente superiori a quelli della Colombia. In genere si è sottolineato che la Colombia aveva perso per l’interruzione dei rapporti tra i due paesi 6 dei 7 miliardi di dollari che ricavava dalle forniture alimentari al Venezuela, ma la somma anche se non indifferente (era pari a circa l’1,5% del PIL colombiano) non era tale da non poter essere compensata dai suoi protettori internazionali. Per il Venezuela invece non era facile procurarsi in breve tempo e a buon prezzo tutti quei prodotti che aveva acquistato per decenni nel paese confinante, e alla vigilia delle elezioni di settembre la mancanza di molti generi alimentari aveva prodotto una ulteriore forte crescita di alcuni prezzi, e aveva comunque fornito un pretesto per altri aumenti ingiustificati. Inoltre l’interruzione delle regolari correnti commerciali aveva fatto crescere il contrabbando attraverso una frontiera poco controllabile, con ripercussioni sul prestigio del governo Chávez. Lascia il primo commento! | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 216 |
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Partiti diversi, pensiero unico. Per una politica anonima e acefala |
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«Per una sinistra unita, ma autonoma dal PD» |
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Scritto da Franco Astengo
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domenica 08 agosto 2010 |
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L’evoluzione in corso delle vicende politiche italiane non fa escludere l’eventualità, a breve, del celebrarsi di elezioni anticipate. Naturalmente l’elenco delle controindicazioni, al proposito, è molto lungo e principia dalla situazione di vero e proprio “blocco” causato dall’esistenza di questa legge elettorale, che andrebbe assolutamente modificata (a nostro avviso nella ricerca di un “vero” sistema proporzionale e del superamento del bipolarismo) ma per il cui eventuale cambiamento non appaiono esserci i numeri parlamentari sufficienti. Purtuttavia il rischio di uno “show-down” proveniente da destra esiste e va tenuto in seria considerazione, partendo da un presupposto: la sinistra, quella che possiamo forse ancora definire d’alternativa o erede di una situazione storica del sistema italiano che non ci rassegniamo a veder cancellata, arriva al possibile appuntamento in una condizione di sostanziale impreparazione. Spero ci sarà consentita una breve riflessione sull’immediato passato: abbiamo constatato, nel corso degli ultimi due anni a partire dalle elezioni del 2008 e dal loro esito fortemente negativo, la realtà di una assenza dal Parlamento della sinistra che si è dimostrata assolutamente pregiudizievole per una qualsiasi prospettiva di coerente azione politica. Non si tratta di essere “parlamentaristi” ad oltranza, ma nella situazione particolarmente difficile in cui ci si è venuti a trovare - dall’inasprirsi della crisi economica agli attacchi alla Costituzione, al prevalere di interessi privati e particolari su quelli pubblici e collettivi - l’assenza della sinistra dal dibattito parlamentare, dalla possibilità di incidere in quella sede sulla realtà dei provvedimenti che si andavano a prendere, dalla prospettiva di poter lanciare, dalla tribuna più importante ed autorevole, “semi di ragionamento” nella società, ha avuto un grande peso in negativo. L’obiettivo del rientro in Parlamento della sinistra deve essere, quindi, perseguito con grande forza e intelligenza politica: parliamo di sinistra, perché è dell’insieme delle culture, delle sensibilità, delle tradizioni della sinistra italiana che abbiamo bisogno.
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Hiroshima, 6-8-1945 (e il 9 agosto Nagasaki): 65 anni fa lo sconvolgente (e impunito) crimine Usa |
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