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Ci sono situazioni in cui occorre il radicalismo, perché bisogna far presto e andare fino in fondo.

Vittorio Foa
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giovedì 09 settembre 2010
 
 
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RISVEGLIO (racconto)
Scritto da Mauro Ferri   
domenica 04 luglio 2010

Pensare è fatica. Avverto le idee formarsi con lentezza nella mia mente. Costrutti elaborati si compongono gradualmente e, improvvisamente, diventano concetti comprensibili. Pensare impegna tutto me stesso. Quando penso, quasi non avverto nulla intorno a me, come se il mio esistere fosse solo nei miei pensieri. Ma forse è così. Devo ammettere che so ben poco di me. Chi sono? Ho cominciato a elaborare pensieri da qualche tempo, non saprei da quanto, non sono in grado di misurarlo. Dove mi trovo? Certo, le lancette dell orologio che vedo sospeso sopra la porta nella parete di fronte mi aiutano in qualche modo, ma ripetono instancabili lo stesso movimento e non so quanti giri hanno fatto da quando le ho notate, non ho tenuto il conto. Perché sono qui? Il solo formulare questi tre quesiti mi è costato una fatica enorme. Prima che cominciassi a pormi qualche domanda, tutt'ora senza risposta, c'era la luce, a volte il buio, e c'era il silenzio. Anzi, non è esatto dire c'era, perché quello c'è ancora, io vivo immerso nel silenzio. A un certo punto ho cominciato a scorgere qualcosa nella luce. Forme. Alcune immobili, altre in movimento. Forme che apparivano, si spostavano, a tratti si fermavano per poi spostarsi nuovamente, e poi scomparivano. Riconobbi prima le forme immobili. Riuscii a distinguerle tra loro, ma la cosa più entusiasmante, la sorpresa più bella, fu che capii che cosa erano, le riconobbi. Fu un momento di eccitazione straordinaria. Non solo perché feci la scoperta di poter formulare pensieri, ma anche perché realizzai di possedere tantissime informazioni depositate nella mia memoria, informazioni che potevano essere recuperate e utilizzate per pensare, sia pure con grande fatica. Infatti, alla gioia seguì la spossatezza e poi il sonno.

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Capitini-Calogero: 30 anni di amicizia e filosofia
Scritto da Giuseppe Pulina   
venerdì 18 giugno 2010

Quello che s’instaurò per più di trent’anni tra Aldo Capitini e Guido Calogero non è stato solo uno dei più incredibili e fecondi rapporti intellettuali che l’Italia del XX secolo abbia mai conosciuto. Dall’intersecarsi delle vicende culturali e intellettuali di Capitini e Calogero è nata anche una straordinaria storia di amicizia. Tutto questo viene raccontato nel carteggio Capitini-Calogero che, a cura di Thomas Casadei e Giuseppe Moscati, è stato dato alle stampe dall’editore Carocci. In trentadue anni (dal 1936 al 1968, anno della morte di Capitini) di corrispondenze epistolari, più fitte in determinati periodi e più rade invece in altri, i due amici si confidano progetti, speranze e ansie su questioni di pubblico e grande interesse che toccavano anche la sfera privata. Le parti più interessanti e stimolanti dell’epistolario sono quelle in cui alle lettere dell’uno seguono puntualmente le missive di risposta dell’altro. Quando il rapporto epistolare si fa scambio diretto, conviviale interazione intellettuale, diventa, infatti, più facile cogliere la profondità di certi passaggi, il cui valore è così esemplare che non sarebbe errato considerare il carteggio Capitini-Calogero come una delle più lucide, intense e penetranti testimonianze dell’Italia dei decenni centrali del ’900.

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L’ultimo messaggio di Sanguineti: «Nel capitalismo siamo tutti in esubero»
Scritto da Edoardo Sanguineti   
mercoledì 19 maggio 2010

Alla domanda perché non posso non dirmi materialista storico - almeno io non posso non dirmi tale - la mia risposta (basata su argomenti personali, la mia storia, e teorici) potrebbe essere questa. Se ci opponiamo alle condizioni concrete della società - se critichiamo lo sviluppo capitalistico e le sue forme - e alle condizioni di sfruttamento che il capitalismo pratica per essere tale e poter sussistere e svilupparsi, e se vogliamo sottrarci a questa prospettiva, non si può che partire da una posizione di rivolta e consolidarla poi in una posizione di rivoluzione. Passando, cioè, a una consapevolezza storica di quelli che sono i rapporti di classe. Allora, il vero problema è la coscienza di classe: come questa si determina, si organizza in modo adeguato a quelle che sono di volta in volta le condizioni storiche, che mutano nel tempo e nello spazio e, all’interno di un medesimo tempo e un medesimo spazio, anche in rapporto a quelle che sono le posizioni conflittuali delle diverse classi. Credo che, se si giunge a comprendere il senso reale di un testo molto limpido, come è il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels, non si può non arrivare alla determinazione che, in ultima istanza, per ragioni economico-sociali, le classi che si oppongono si riducono a due: il proletariato e la borghesia capitalistica. Nel concreto storico, allo stato attuale, il capitale finanziario. E a questo punto il processo diventa irreversibile. Non è possibile, una volta acquisita questa consapevolezza, abbandonarla, salvo per delle ragioni che sono di debolezza di diagnosi e di incapacità di cogliere quello che la realtà ci offre.

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Immaginate...
Scritto da John Lennon   
martedì 18 maggio 2010
Immaginate che non ci sia nessun paradiso (è facile se ci si prova), e nessun inferno sotto di noi; che sopra le nostre teste ci sia soltanto cielo. Immaginate che tutti vivano solo per questa vita. Immaginate che non ci siano nazioni (non è poi così difficile), niente per cui uccidere o morire. E nemmeno le religioni. Immaginate che tutti vivano in pace. Direte che sono un sognatore, ma non sono l’unico; e spero che un giorno sarete dalla nostra parte, così il mondo sarà unito. Immaginate che non ci sia proprietà privata (chissà se ci riuscite...), senza bisogno di avidità da una parte e di fame dall’altra: una umanità affratellata che condivide il mondo intero! Direte che sono un sognatore, però non sono il solo; e spero che un giorno starete con noi, così il mondo vivrà unito.
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Imagine there's no heaven / It's easy if you try / No hell below us / Above us only sky / Imagine all the people / Living for today...
Imagine there's no countries / It isn't hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace...
You may say I'm a dreamer / But I'm not the only one / I hope someday you'll join us / And the world will be as one
Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people / Sharing all the world...
You may say I'm a dreamer / But I'm not the only one / I hope someday you'll join us / And the world will live as one

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Filosofia: tre domande su Kant
Scritto da Francesco Bianchi   
giovedì 13 maggio 2010
Uno dei maggiori studiosi italiani del pensiero di Immanuel Kant, Francesco Bianchi, risponde in esclusiva per il nostro sito ad alcuni tra i più importanti quesiti circa la filosofia del grande pensatore tedesco. Le tre domande sono state formulate dall’alunna Caterina Fossi (Liceo Classico di Fano).
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1 – Poiché noi abbiamo, dello stesso oggetto, percezioni diverse, come è possibile l’universalità della scienza?
2 – Perché la trattazione dei postulati della ragione pura pratica non è una metafisica?
3 – Come si spiega che nella conoscenza speculativa l’esperienza è necessaria per l’universalità della legge scientifica, mentre nella sintesi morale essa lede il principio dell’universalità della legge morale?
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1 - La domanda contiene un’ambiguità, che peraltro si trova a volte anche nel testo kantiano, e consiste nel fatto che viene mescolato il concetto di cosa in se stessa (Ding an sich selbst) con quello dell’apparenza (Erscheinung). Infatti l’espressione “percezioni diverse” si riferisce a oggetti apparenti (Erscheinungen), mentre quella “dello stesso oggetto” alla cosa in sé. La questione risale allo Hume, che intende negare la possibilità di cogliere l’oggetto come è in se stesso, quindi l’oggetto permanente anche senza la percezione, sulla base del principio che tutto ciò di cui siamo certi è l’esperienza reale e per il tempo in cui essa si verifica. Oltre a questa nessuna conoscenza certa è possibile. Di conseguenza possiamo avere infinite percezioni diverse dello stesso ipotetico oggetto, inteso come sostanza permanente oltre le percezioni, ma nessuna che accerti la sua esistenza e, al caso, di come questo oggetto sia indipendentemente da esse, quindi, al di là della percezione, nessuna conoscenza certa di esso e della sua esistenza è possibile.

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Il genio di Gianni Rodari, 30 anni dopo
Scritto da Pino Boero   
mercoledì 14 aprile 2010

Sono trascorsi trent’anni da quando Gianni Rodari ci ha lasciati (il 14 aprile del 1980), ma di lui - per fortuna - non parliamo al passato: i suoi libri, il suo impegno civile, la sua capacità di dirci che si possono affrontare con un sorriso anche impegni terribilmente seri, la sua funambolica intelligenza che spiazzava il lettore, l’eleganza e la leggerezza dello stile sono ancora con noi e possono vantare un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani. Certamente Gianni Rodari fu un intellettuale dai vastissimi interessi: giornalista e commentatore politico con «voglia di raccontare»; uomo di scuola vicino a maestri come Bruno Ciari e Mario Lodi che nel secondo dopoguerra, attraverso il Movimento di Cooperazione Educativa, cominciarono a mettere i bambini al centro dell’attività didattica comunicando loro - sono parole di Gianni - «non solo il piacere della vita, ma la passione della vita»; educandoli «non solo a dire la verità, ma ad avere la passione della verità». «Vedere i bambini felici non ci può bastare. Dobbiamo vederli appassionati a ciò che fanno, a ciò che dicono, a ciò che vedono». Scrittore, infine, attentissimo a non escludere dalla produzione letteraria nessuna delle sue convinzioni e delle sue passioni civili, ma anche rispettosissimo del racconto e del piacere di leggere: «Le storie - aveva sostenuto in diverse occasioni - non devono avere una morale prefabbricata; la morale, se c’è, deve emergere dal contesto narrativo, senza forzature e violenze al gusto di chi legge».

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Luc’era una volta... (che Bel Paese!)
Scritto da Rosy Turriani   
lunedì 22 marzo 2010

Cari amici, vi scrivo da Lucera, in provincia di  Foggia: 400 chilometri a sud di Fano e tre volte tanto a nord della Libia. D’estate arriva presto il vento africano, con la sabbia rossa del deserto; le temperature possono superare i 45 gradi; è zona sismica di classe 2, stretta com’è fra due faglie che si incrociano a pochi chilometri da qui. Lucera (35.000 abitanti) ha un nobile  passato e un discutibile presente. Fu colonia romana privilegiata con diritto di battere moneta. Nel XIII secolo fu una delle residenze preferite di Federico II, che su uno dei tre colli costruì il suo Castello. Fu un laboratorio di integrazione razziale quando lo stesso Federico vi trasferì dalla Sicilia un  nutrito gruppo di Saraceni. Nel 1300, cinquant’anni dopo la sua morte, vennero i Francesi e poi gli Spagnoli. Dei Francesi è rimasto l’uso di pronunciare come tronche molte  parole bi-trisillabe (computèr, scootèr ecc.). Nei secoli si andarono consolidando le grandi proprietà terriere: così c’erano pochi latifondisti e una folla di povera gente. Loro si costruivano in centro palazzi sontuosi depredando il castello di Federico, ormai dismesso; gli altri stavano nei bassi, tanti in una  stanza e con l’asino attaccato vicino al letto. Adesso nel Castello, che all’interno delle mura ha una superficie di otto ettari, crescono i cardi, la rucola e la cicoria selvatica; un cartello sbiadito  (sta lì da almeno quindici anni) annuncia gli scavi per portare alla luce i resti delle successive edificazioni, dai Romani poi.

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Marx, il ritorno dello "spettro"
Scritto da Diego Fusaro   
lunedì 08 febbraio 2010

Marx è morto. È questa l'ossessiva litania che siamo ormai abituati a sentire. Dietro tale canto funebre – che a prima vista parrebbe proprio il riscontro di un decesso – si cela però, forse, l'auspicio che tale trapasso abbia luogo davvero, perché il “morto” in questione è ancora in forze e non cessa di seminare il panico tra i vivi. Chi si ostina a ripetere, in nome di Dio o del Mercato, che “Marx è morto” lo fa, allora, perché assillato dal suo spettro: esso continua infatti a denunciare le contraddizioni di un mondo capovolto, di una realtà spettrale che – sospesa in un incantesimo di alienazione e sfruttamento, di feticismo e di mercificazione universale – abbiamo prodotto noi stessi, ma che è a tal punto opaca da sembrare autonoma e da dominarci minacciosa. Da queste considerazioni è bene muovere per tornare a leggere Marx, per riflettere sull'attualità e l'inattualità del suo pensiero; su quali siano i suoi “spettri” che continuano ad aggirarsi tra noi, anche oggi che il “socialismo reale” è naufragato e che la storia ha mandato in frantumi il sogno di Marx. Il fallimento delle sue profezie non intacca infatti l'esattezza delle denunce da lui formulate, e la sua critica radicale del capitalismo rappresenta ancora lo strumentario concettuale più “forte” per criticare la società esistente e le contraddizioni che la permeano. Il suo progetto, inoltre, continua a essere – dopo tutto – la più seducente promessa di felicità di cui la filosofia moderna sia stata capace.

(Diego Fusaro, Bentornato Marx! Rinascita di un pensiero rivoluzionario, Bompiani, Milano 2009, 380 pp., 11,50 euro)

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Al cinema...
Scritto da Sandro D. Fossemò   
martedì 02 febbraio 2010
«Quei morti, pensò Mike, che possono
ancora vedere, anche se
non possono capire: quei morti sono
le nostre telecamere».
(Philip K. Dick)
__________________
Ero seduto in un angolo oscuro e isolato del cinema. Ad un tratto, cominciai a sudare e a sentirmi stordito. Avevo bevuto molto e non stavo per niente bene. Nell'aria sentivo la presenza della solitudine dello spirito umano che emanava il proprio vuoto dentro a quel locale chiuso e buio. Mi sentivo in qualche modo imprigionato da una tetraggine deprimente che non mi lasciava respirare, tanto che avevo la sensazione di soffocare irreparabilmente; ma non potevo far nulla, ormai ero entrato e ci dovevo rimanere. L'alcool mi aveva senz'altro turbato. Se fossi uscito non avrei di certo migliorato la situazione sapendo che avevo perso l'occasione di guardare un bel film; ma, naturalmente, nel caso lo spettacolo non mi fosse piaciuto, allora sicuramente me ne sarei andato via. Quindi sopportai quel malessere che non mi lasciava libero e tranquillo, con la speranza che tra qualche istante sarebbe iniziato il divertimento. A volte mi annoiavo così tanto che avevo voglia di dormire senza chiedermi come mi sarei sentito una volta svegliato; forse mi sarei addormentato di nuovo ma non potevo chiudere gli occhi e lasciarmi rapire dal sonno dopo aver pagato il biglietto.

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In memoria di Giorgio Baratta, filosofo “visionario”
Scritto da Fabio Frosini   
venerdì 22 gennaio 2010

Cosa dire di Giorgio Baratta? Quando una vita si chiude, tutto di essa viene posto in prospettiva, le asperità di un percorso acquistano un significato, come in un racconto compiuto; i singoli momenti si svelano funzionali ad una unità - bene o male - di ordine superiore. Tentando di superare il dolore, il senso di mancanza, di vuoto che questa morte mi procura, tenterò di "raccontare" Giorgio, per quello che posso, dalla mia prospettiva, in tutta la sua parzialità. Di lui mi ha sempre colpito il modo in cui seguiva il suo demone: in uno stato di totale e contagiosa soggezione. Ho frequentanto Giorgio in questo ultimo venticinquennio, e nel variare dei modi in cui il suo demone si manifestava, nel cambiare dei terreni nei quali si esercitava, egli rimaneva incredibilmente uguale a sé stesso. Ciò che lo dominava (e forse a volte lo tiranneggiava) era l'ansia di creare nuove forme di realtà. Al pari di un artista, Giorgio provava a comporre insieme pezzi di mondo, per vederne scaturire le scintille della novità inaudita. Così uno tra moltissimi esempi possibili - in mezzo allo scetticismo dei più - "convinse" (con la dolce violenza che chi lo ha conosciuto ricorda) Luciano Berio, Enrico Baj, Franco Fortini, Dario Fo e tanti altri a venire in momenti diversi a Urbino - l'Università dove ha insegnato a lungo - a parlare di arte e di comunismo. Giorgio era un visionario (come lo ha così bene definito Giovanni Semeraro). Non nel senso di acchiappanuvole, ma di chi vede ciò che gli altri non vedono (ancora). Per questo si collocava sempre all'origine, all'inizio: anticipava i temi e i problemi, semplicemente.

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