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La nostra gioventù mortificata
Politica - Le Opinioni
Scritto da Giusella De Maria (scrittrice)   
martedì 07 febbraio 2012
Voglio premettere che mi dà molta noia intervenire in questioni che hanno a che fare con la politica, ma su questa faccenda non posso trattenermi dall’intervenire con la mia penna. Fatemi capire una cosa. Cioè, io avrei studiato e imprecato contro il sistema scolastico e universitario per tutta la mia vita, per finire nella lista dei 2 milioni di disoccupati dispersi nel naufragio del lavoro italiano?! Se è uno scherzo, vi assicuro che non è affatto divertente. Poi questa faccenda delle congiunture mi ha davvero stufato: ma che accidenti sono? Una specie di “rafforzatori” dei legamenti delle ginocchia, così che possiamo starci più comodi, in ginocchio come siamo ridotti? Dunque, ricapitoliamo. Mi sono diplomata con cento e lode, ho conseguito una laurea e una specialistica con lode, pubblicato un po’ di cose e redatto un buon cv di formato europeo (orrore consegnarlo in formato classico, cestinatura immediata!). Tutto a posto, sono pronta, mi son detta, giusto il tempo che passa via l’estate e le aziende riprendano le attività e vedrai quanti colloqui farò… Ora, questa faccenda dei colloqui è veramente interessante. Ho dei seri dubbi che dall’altra parte della casella postale ci sia qualcuno in carne ed ossa che legga cv e lettere di presentazione della malora. Ad ogni modo, totale cv spediti: 75. Totale chiamate per colloqui: 2, un’associazione senza scopo di lucro e qualcuno che non avevo ben capito chi fosse. Caso tipico: E’ disposta a trasferirsi in tutta Italia? Certo, anche a viaggiare in tutto il mondo se necessario. Ha un budget minimo? No… (oddio, purché mi si permetta di non dormire in stazione). Ovviamente ha un master, vero? Certo! (Lo credo bene che ce l’ho, ho speso 3500 euro per averlo!). Bene, dunque stage di 6 mesi con rimborso spese (350 euro) senza alcuna possibilità di assunzione. Voglio precisare che questa offertona standard (pare sia quanto di meglio ci si possa aspettare inizialmente) non mi si è neppure presentata. Ma qualora lo fosse stata, non avrei potuto accettare, giacché credo che i miei 46 chili mal riuscirebbero a sopravvivere alla vita da senzatetto per sei mesi.

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Il testamento politico di Pino Ferraris
Politica - Le Opinioni
Scritto da Pino Ferraris   
lunedì 06 febbraio 2012
Lo scorso 2 febbraio ci ha lasciati il compagno Pino Ferraris, maestro del socialismo libertario e autogestito a cui MRS si ispira. Vogliamo ricordarlo attraverso questo suo straordinario intervento (tratto dall'ultimo numero della rivista "Gli Asini" dedicato a "Semi di socialismo") in cui prassi sociale e teoria politica si intrecciano nel modo più esemplare.

Alcune riflessioni a caldo, prendendo spunto da due interventi all’interno del dibattito che si è sviluppato, all’inizio di dicembre, dai gruppi che si sono incontrati al Mammut di Napoli per discutere del “sociale”, della sua condizione, degli sviluppi che probabilmente prenderà e di quelli che sarebbe bene tentare di imprimergli. Il primo è offerto dal racconto di Marina Galati della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme, che ha confrontato due episodi di mobilitazione sociale (l’occupazione dell’Azienda sanitaria per ottenere diritti negati ai disabili) concentrati nella stessa località ma in epoche diverse. In esso si sottolineano con forza i mutamenti nella configurazione della questione sociale che sono venuti avanti in questi ultimi tempi e che richiedono nuovi modi del fare società. L’esperienza riportata parla della transizione da una mobilitazione sociale di strati marginali e minoritari della società (i venti disabili che occuparono l’azienda trent’anni fa) ad una recente iniziativa che ha coinvolto più ampie fasce sociali (comprese le famiglie, gli operatori sanitari stessi e addirittura una parte della polizia municipale che hanno occupato l’azienda alla fine dello scorso anno), frutto di nuove alleanze tra aree storiche di marginalità sociale e nuove figure sociali “vulnerate” dalla crisi in atto. Per tentare di indicare il senso generale del mutamento riprendo metafore approssimative utilizzate dalla sociologia. Nei decenni passati si parlava della “società dei due terzi” cioè di una società che vede la vasta maggioranza della popolazione integrata verso l’alto in una condizione di sicuro benessere. Solo una fascia residuale di rischio e di disagio sociali rimane nel basso. Il problema si riduce alla gestione verso l’integrazione delle aree della marginalità. Oggi si parla invece della “società dei quattro quinti”. Una fascia molto ristretta della società (un quinto) si colloca in alto con reddito elevato e sicuro, mentre il resto (i quattro quinti) appare come una platea di popolazione vulnerabile e vulnerata che circola tra occupazione a rischio, lavoro precario, disoccupazione e redditi decrescenti e incerti.

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Se l’antidoto alla crisi è lo stesso virus che l’ha causata…
Politica - Le Opinioni
Scritto da Claudio Grassi   
venerdì 03 febbraio 2012
Ha proprio ragione il premier Mario Monti a dire: che monotonia! Solo che a darmi noia non è il fatto che pochi fortunati godano ancora della sicurezza del posto fisso (tra l’altro vien da chiedersi se nel bel mezzo di una crisi devastante esista ancora un lavoro “sicuro”), bensì il fatto che da oltre dieci anni il dibattito pubblico sul lavoro sia incentrato sugli stessi dogmi: libertà di licenziamento, flessibilità del lavoro, cancellazione dei contratti nazionali. Tutti ricordiamo la grande mobilitazione del 2002 contro l’abolizione dell’articolo 18, le battaglie della Fiom in difesa del contratto nazionale, le lotte contro la precarietà. In quegli anni un vasto fronte di sinistra capì che dietro il ritornello della flessibilità del lavoro si celava una precisa strategia di classe: bonificare l’economia da ogni influenza del sindacato, lasciando solo e senza difese ogni singolo lavoratore dinanzi al potere dell’impresa e del mercato. Il ritornello lo conosciamo bene, è quello del neoliberismo, del turbocapitalismo, che tanti adepti ha avuto anche nella nostra sinistra moderata. Dopo dieci anni di lotte, eccoci al punto di partenza. Il programma politico del governo Monti sul lavoro appare identico a quello dei governi Berlusconi. Difficile trovare differenze tra Maroni, Sacconi e Fornero. E Marchionne sta portando a compimento quello che Confindustria chiede da un decennio. Solo che in mezzo c’è una crisi economica, quella scoppiata in America nel 2008 e drammaticamente amplificata in Europa in questi mesi. La quale ha dimostrato che quei dogmi erano fallaci, errati, controproducenti. Il governo – così come l’Europa, d’altronde – prova a curare la malattia iniettando in corpo lo stesso virus che l’ha procurata.

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La crescita impossibile e la decrescita felice
Politica - Le Opinioni
Scritto da autori vari   
domenica 29 gennaio 2012
Analisi della situazione e premesse
Il debito pubblico non è un problema di cui è stata sottovalutata la gravità. È il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. È indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati.
Il mito della crescita infinita a debito
Le speculazioni sui titoli pubblici degli Stati più indebitati avrebbero dovuto da tempo suscitare una domanda che tuttavia non è stata mai posta: come mai negli ultimi anni tutti i paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere nel 2010 valori che vanno da un minimo dell’80% del prodotto interno lordo nel Regno Unito al 225,8% in Giappone? Nell’Eurozona, nel corso del 2010 il rapporto debito/PIL è salito dal 79,3 all’85,1%. Eppure il Patto di stabilità firmato dai paesi dell’Unione Europea nel 1999 fissava al 60% la soglia massima di questo rapporto. E inoltre: perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi? La risposta è intuitiva: perché la sovrapproduzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si acquistasse a debito, crescerebbe la quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita infinita del PIL.

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Nessun voto a chi vota per i cacciabombardieri!
Politica - Attivismi
Scritto da Lorenzo Galbiati   
martedì 24 gennaio 2012
Firma anche tu la dichiarazione di non-voto per i partiti che sostengono le missioni militari di guerra e l'acquisto dei cacciabombardieri F-35 !

In un periodo di grave crisi economica, che viene affrontato dal governo Monti con una finanziaria all'insegna di una presunta equità che prevede nuove (vecchie) tasse sulla casa e una vasta gamma di imposte indirette che colpiscono allo stesso modo cittadini con ogni tipo di reddito, l'unico settore della spesa pubblica che non è soggetto a restrizioni dovute al clima di rigore e austerità è quello dell'industria bellica. Il governo Monti infatti si appresta a perfezionare l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35, per un costo totale, tra spese e gestione, di circa 20 miliardi di euro. L'affare riguardante l'acquisto degli F-35, aerei in grado di lanciare anche ordigni nucleari, è iniziato con una trattativa stipulata dal governo Berlusconi nel 2009, e che deve ancora essere conclusa, ma che intanto è già costata all'Italia circa 2 miliardi di euro. Dal 2009 è in atto una campagna condotta dalla Rete Disarmo, per chiedere al governo di bloccare questo programma di armamenti, che ha già raccolto più di 27.000 firme (si veda qui: http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&id_topic=37). Nelle ultime 3 settimane, quasi tutti i principali quotidiani e settimanali ne hanno parlato, alcuni di loro chiedendo di bloccare o ridimensionare il programma; tra essi, Il Manifesto, Avvenire, Repubblica, Il Fatto, L'Espresso, Panorama, Famiglia Cristiana. Non solo, a inizio dicembre l’Italia Dei Valori ha chiesto al governo di non attuare il programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35, e Sinistra e Libertà ha indetto una petizione sul suo sito, con varie migliaia di firme, per chiedere il taglio alle spese militari.

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Claudio Cecchi: i 90 anni di un grande partigiano
Politica - Ora e Sempre Resistenza
Scritto da Giuseppe Scherpiani   
sabato 21 gennaio 2012

L’ex partigiano Claudio Cecchi ha compiuto ieri 90 anni. Cecchi è nato a Pesaro il 20 gennaio 1922 da una famiglia della nobiltà locale. Il nonno paterno, Antonio (1849-1896), ufficiale di marina, viaggiò tra quelle terre che allora erano regni feudali e che oggi sono conosciute come Etiopia, Eritrea e Somalia, ne disegnò le carte e divenne poi console per lo stato italiano, fino a quando fu ucciso in un’imboscata nel corso di uno dei suoi tanti viaggi. A lui è stata dedicata la via pesarese dove era la sua casa, quella che va da Piazza Doria fino alla Calata Caio Duilio. Praticamente i viaggi di Antonio Cecchi aprirono all’Italia la via dell’imperialismo coloniale. Sulla sua morte, comunque, non fu mai fatta piena luce. Anche il padre di Claudio, liberale di orientamenti radicali, intraprese la carriera diplomatica, fino a che nel 1935 fu nominato ambasciatore in Guatemala. Quando gli giunse la tessera del fascio firmata da Achille Starace, in osservanza a quel processo da lui stesso avviato di tesseramento forzoso di tutti i dipendenti della Pubblica Amministrazione conosciuto sotto il nome di fascistizzazione dello stato, Cecchi, che era uomo retto e intransigente, la rispedì cortesemente al mittente. Ovviamente il PNF e Mussolini lo destituirono subito dalla funzione che ricopriva e la famiglia Cecchi dovette tornare al più presto a Pesaro. Lì il giovane Claudio frequentò il Liceo Ginnasio Mamiani, mentre il padre era praticamente ristretto nella sua casa e sorvegliato attentamente dall’OVRA. Il ragazzo cominciò da subito a maturare una ferma e consapevole coscienza antifascista. Le sue prime azioni si concretizzarono con scritte anti regime tracciate di notte sui muri della città. La polizia politica indagò e in breve tempo riuscì a scoprirlo e arrestarlo. Per questa sua condotta fu espulso da tutte le scuole del Regno.

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Sicilia: la casta e la rivolta
Politica - Le Opinioni
Scritto da Pietro Ancona   
giovedì 19 gennaio 2012
La sinistra che legge il Manifesto e Liberazione è critica verso il movimento dei forconi che sta scuotendo dalle fondamenta la Sicilia. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori a cominciare dalla mia CGIL esprimono giudizi negativi e dubbi dietrologici sul cui prodest di un movimento che accomuna contadini, operai, disoccupati, autotrasportatori. Insomma, il mondo ufficiale della politica e del sindacato prende le distanze e, con la puzza sotto il naso, condanna.
A mio parere commette un errore che non sarà perdonato perché sta producendo strappi ed amarezza. C'è amarezza in coloro che sono costretti ad usare l'auto o il camion per raggiungere il lavoro o per spostarsi o per vendere i propri prodotti. Una cosa è l'impatto del prezzo della benzina a Vigevano, altra e ben diversa cosa è a Ragusa. I prodotti agricoli siciliani si debbono spostare per centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere i mercati ed i costi sono diventati insopportabili. Inoltre, come diceva un contadino per la prima volta intervistato dalla TV fellona e disonesta che soltanto oggi comincia a dare conto della agitazione, i prezzi dei prodotti agricoli sono inferiori a quelli di trenta anni fa.
Gli oligopoli delle catene di distribuzione spremono fino all'osso i produttori e li condannano alla fame. Molti hanno l'alternativa o il suicidio o la rivolta. E' una caratteristica dell'agricoltura odierna controllata dalle multinazionali spingere i contadini, i coltivatori diretti al suicidio come avviene in India e altrove. Il mercato globalizzato senza regole è dominato dalle multinazionali che impongono la loro legge senza alcuna pietà per nessuno.
Qualcuno si lamenta che il movimento dei forconi è controllato o ispirato dalla destra. In politica e nella società i vuoti non restano tali a lungo. Se la "sinistra" diventa liberista, perbenista, educata, collaborativa con il potere, la società non sta ad aspettarla che finalmente si accorga dei problemi che vengono a maturazione.

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«Perché continuo a scioperare»
Politica - Le Opinioni
Scritto da Rodolfo Santini   
domenica 15 gennaio 2012
Perché aderire agli scioperi? Di questi tempi ricorre sempre più spesso questa domanda fra i lavoratori dipendenti, a cui fa seguito la risposta per certi versi sconcertante di alcuni, di mancata adesione per scarsa fiducia nelle politiche sindacali. Fermo restando il mio spirito critico, a tratti anche in contrapposizione al sindacato - in particolare della CGIL, a cui ero iscritto fino a poco tempo fa, prima di essere estromesso d’autorità dagli organismi dirigenti della funzione pubblica, per “incompatibilità” (!!!), avendo aderito ad un partito politico diverso dal PD - resto convinto della bontà della mia scelta di aderire agli scioperi indetti, in quanto unico lo sciopero è il solo ed unico strumento democratico in mano ai lavoratori per contrastare le politiche dei datori di lavoro, sia pubblici che privati. L’ex ministro Brunetta ha trovato facile terreno nel pubblico impiego, additandoci alla collettività come i “fannulloni”e quindi “mangiapane a tradimento”, avendo a che fare con un corpo molle, di gente indifferente a tutto, scarsamente sindacalizzata a causa delle grandi tutele previste per legge, incapace di capire la reale lotta in essere, rappresentatata da governi conservatori che sono riusciti a spostare i redditi dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, in particolare dopo l’ingresso dell’euro; per poi aggredire il servizio pubblico, tacciandolo come inefficiente, per spostare gli stessi servizi nel mondo del privato, di norma privo di quelle tutele e caratterizzato dal precariato; quindi lavoratori sottopagati, senza tutele e senza diritti di alcun genere (vedasi il fiorire di tante cliniche private nella sanità, convenzionate con il servizio pubblico, e quindi percettrici di fondi pubblici).

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