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Nessun voto a chi vota per i cacciabombardieri! |
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Politica -
Attivismi
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Scritto da Lorenzo Galbiati
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martedì 24 gennaio 2012 |
Firma anche tu la dichiarazione di non-voto per i partiti che sostengono le missioni militari di guerra e l'acquisto dei cacciabombardieri F-35 !
In un periodo di grave crisi economica, che viene affrontato dal governo Monti con una finanziaria all'insegna di una presunta equità che prevede nuove (vecchie) tasse sulla casa e una vasta gamma di imposte indirette che colpiscono allo stesso modo cittadini con ogni tipo di reddito, l'unico settore della spesa pubblica che non è soggetto a restrizioni dovute al clima di rigore e austerità è quello dell'industria bellica. Il governo Monti infatti si appresta a perfezionare l'acquisto di 131 cacciabombardieri F-35, per un costo totale, tra spese e gestione, di circa 20 miliardi di euro. L'affare riguardante l'acquisto degli F-35, aerei in grado di lanciare anche ordigni nucleari, è iniziato con una trattativa stipulata dal governo Berlusconi nel 2009, e che deve ancora essere conclusa, ma che intanto è già costata all'Italia circa 2 miliardi di euro. Dal 2009 è in atto una campagna condotta dalla Rete Disarmo, per chiedere al governo di bloccare questo programma di armamenti, che ha già raccolto più di 27.000 firme (si veda qui: http://www.peacelink.it/campagne/index.php?id=82&id_topic=37). Nelle ultime 3 settimane, quasi tutti i principali quotidiani e settimanali ne hanno parlato, alcuni di loro chiedendo di bloccare o ridimensionare il programma; tra essi, Il Manifesto, Avvenire, Repubblica, Il Fatto, L'Espresso, Panorama, Famiglia Cristiana. Non solo, a inizio dicembre l’Italia Dei Valori ha chiesto al governo di non attuare il programma di acquisto dei cacciabombardieri F-35, e Sinistra e Libertà ha indetto una petizione sul suo sito, con varie migliaia di firme, per chiedere il taglio alle spese militari.
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Claudio Cecchi: i 90 anni di un grande partigiano |
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Politica -
Ora e Sempre Resistenza
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Scritto da Giuseppe Scherpiani
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sabato 21 gennaio 2012 |

L’ex partigiano Claudio Cecchi ha compiuto ieri 90 anni. Cecchi è nato a Pesaro il 20 gennaio 1922 da una famiglia della nobiltà locale. Il nonno paterno, Antonio (1849-1896), ufficiale di marina, viaggiò tra quelle terre che allora erano regni feudali e che oggi sono conosciute come Etiopia, Eritrea e Somalia, ne disegnò le carte e divenne poi console per lo stato italiano, fino a quando fu ucciso in un’imboscata nel corso di uno dei suoi tanti viaggi. A lui è stata dedicata la via pesarese dove era la sua casa, quella che va da Piazza Doria fino alla Calata Caio Duilio. Praticamente i viaggi di Antonio Cecchi aprirono all’Italia la via dell’imperialismo coloniale. Sulla sua morte, comunque, non fu mai fatta piena luce. Anche il padre di Claudio, liberale di orientamenti radicali, intraprese la carriera diplomatica, fino a che nel 1935 fu nominato ambasciatore in Guatemala. Quando gli giunse la tessera del fascio firmata da Achille Starace, in osservanza a quel processo da lui stesso avviato di tesseramento forzoso di tutti i dipendenti della Pubblica Amministrazione conosciuto sotto il nome di fascistizzazione dello stato, Cecchi, che era uomo retto e intransigente, la rispedì cortesemente al mittente. Ovviamente il PNF e Mussolini lo destituirono subito dalla funzione che ricopriva e la famiglia Cecchi dovette tornare al più presto a Pesaro. Lì il giovane Claudio frequentò il Liceo Ginnasio Mamiani, mentre il padre era praticamente ristretto nella sua casa e sorvegliato attentamente dall’OVRA. Il ragazzo cominciò da subito a maturare una ferma e consapevole coscienza antifascista. Le sue prime azioni si concretizzarono con scritte anti regime tracciate di notte sui muri della città. La polizia politica indagò e in breve tempo riuscì a scoprirlo e arrestarlo. Per questa sua condotta fu espulso da tutte le scuole del Regno.
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Sicilia: la casta e la rivolta |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Pietro Ancona
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giovedì 19 gennaio 2012 |
 La sinistra che legge il Manifesto e Liberazione è critica verso il movimento dei forconi che sta scuotendo dalle fondamenta la Sicilia. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori a cominciare dalla mia CGIL esprimono giudizi negativi e dubbi dietrologici sul cui prodest di un movimento che accomuna contadini, operai, disoccupati, autotrasportatori. Insomma, il mondo ufficiale della politica e del sindacato prende le distanze e, con la puzza sotto il naso, condanna.
A mio parere commette un errore che non sarà perdonato perché sta producendo strappi ed amarezza. C'è amarezza in coloro che sono costretti ad usare l'auto o il camion per raggiungere il lavoro o per spostarsi o per vendere i propri prodotti. Una cosa è l'impatto del prezzo della benzina a Vigevano, altra e ben diversa cosa è a Ragusa. I prodotti agricoli siciliani si debbono spostare per centinaia e centinaia di chilometri per raggiungere i mercati ed i costi sono diventati insopportabili. Inoltre, come diceva un contadino per la prima volta intervistato dalla TV fellona e disonesta che soltanto oggi comincia a dare conto della agitazione, i prezzi dei prodotti agricoli sono inferiori a quelli di trenta anni fa.
Gli oligopoli delle catene di distribuzione spremono fino all'osso i produttori e li condannano alla fame. Molti hanno l'alternativa o il suicidio o la rivolta. E' una caratteristica dell'agricoltura odierna controllata dalle multinazionali spingere i contadini, i coltivatori diretti al suicidio come avviene in India e altrove. Il mercato globalizzato senza regole è dominato dalle multinazionali che impongono la loro legge senza alcuna pietà per nessuno.
Qualcuno si lamenta che il movimento dei forconi è controllato o ispirato dalla destra. In politica e nella società i vuoti non restano tali a lungo. Se la "sinistra" diventa liberista, perbenista, educata, collaborativa con il potere, la società non sta ad aspettarla che finalmente si accorga dei problemi che vengono a maturazione. Commenti (6) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 123 |
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«Perché continuo a scioperare» |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Rodolfo Santini
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domenica 15 gennaio 2012 |

Perché aderire agli scioperi? Di questi tempi ricorre sempre più spesso questa domanda fra i lavoratori dipendenti, a cui fa seguito la risposta per certi versi sconcertante di alcuni, di mancata adesione per scarsa fiducia nelle politiche sindacali. Fermo restando il mio spirito critico, a tratti anche in contrapposizione al sindacato - in particolare della CGIL, a cui ero iscritto fino a poco tempo fa, prima di essere estromesso d’autorità dagli organismi dirigenti della funzione pubblica, per “incompatibilità” (!!!), avendo aderito ad un partito politico diverso dal PD - resto convinto della bontà della mia scelta di aderire agli scioperi indetti, in quanto unico lo sciopero è il solo ed unico strumento democratico in mano ai lavoratori per contrastare le politiche dei datori di lavoro, sia pubblici che privati. L’ex ministro Brunetta ha trovato facile terreno nel pubblico impiego, additandoci alla collettività come i “fannulloni”e quindi “mangiapane a tradimento”, avendo a che fare con un corpo molle, di gente indifferente a tutto, scarsamente sindacalizzata a causa delle grandi tutele previste per legge, incapace di capire la reale lotta in essere, rappresentatata da governi conservatori che sono riusciti a spostare i redditi dal lavoro dipendente al lavoro autonomo, in particolare dopo l’ingresso dell’euro; per poi aggredire il servizio pubblico, tacciandolo come inefficiente, per spostare gli stessi servizi nel mondo del privato, di norma privo di quelle tutele e caratterizzato dal precariato; quindi lavoratori sottopagati, senza tutele e senza diritti di alcun genere (vedasi il fiorire di tante cliniche private nella sanità, convenzionate con il servizio pubblico, e quindi percettrici di fondi pubblici).
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FIAT DUX - L’espulsione della Fiom |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Francesco Calvano
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lunedì 09 gennaio 2012 |
Nel generale contesto di aumenti a raffica, in gran parte provocati o alimentati dalle misure decise dal governo Monti, non poteva certo mancare la partecipazione da parte del sistema bancario, che non si è voluto sottrarre dal fornire il proprio contributo. Così dopo aver ricevuto, nel complesso, finanziamenti a tassi molto agevolati da parte della Banca Europea, le banche hanno provveduto ad aumentare, mediamente, di oltre due punti lo spread applicato sui mutui nuovi, ivi compresi quelli già deliberati e non ancora chiusi con la sottoscrizione notarile. Tutto ciò comporta variazioni nella rata mensile non indifferenti, che in rapporto all’importo possono superare anche i 200 euro. Quindi la Befana è stata particolarmente generosa verso quelle famiglie e quei soggetti che già dovevano fare i conti con tutti i balzelli e gli inasprimenti varati dal governo e con l’inflazione che ha ripreso a correre. La decisione presa dalle banche è grave, pesante, particolarmente dolorosa per coloro che si trovano vicino al punto di rottura, per cui alcuni dovranno perfino rinunciare a chiudere un mutuo in corso, o ad astenersi da nuove richieste, e costoro rappresentano ancora una volta la riprova che le conseguenze delle misure generalizzate ricadono sempre sui meno abbienti. Commenti (1) | Aggiungi ai preferiti (0) | Riporta quest'articolo sul tuo sito! | Visualizzazioni: 135 |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Massimo Messina
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venerdì 30 dicembre 2011 |
Silvano Borruso è un libero pensatore che nella sua carriera di insegnante si è occupato di agronomia, filosofia ed economia. Ha insegnato alla Strathmore School, in Kenya, dal 1961 fino al 2006. Arianna Editrice ha da poco pubblicato in versione digitale la sua traduzione del testo di Silvio Gesell L'Ordine Economico Naturale. Mi è sembrata ottima idea, quindi, dare la parola direttamente a Borruso facendogli alcune domande.
In breve, chi fu Gesell?
Silvio Gesell (1862-1930) fu il settimo di nove figli di madre vallona e padre prussiano, nato a Sankt Vith (in Belgio) dopo la prima guerra mondiale). Negli anni 1880-90 andò a mercanteggiare in Argentina, dove la pratica mercantile gli suggerì la sua teoria, pubblicata per la prima volta nel 1906. Predisse la seconda guerra nel 1918, con un quarto di secolo di anticipo. Morì a Oranienburg (Germania) di polmonite.
Com'è venuto in contatto con il pensiero di Gesell?
Mi imbattei in Gesell a partire da una corrispondenza con un gruppo georgista (da Henry George, 1839-1897) nel 2001. Leggendo il suo Ordine Economico Naturale (nella traduzione inglese di Philip Pye) mi resi conto immediatamente di non essere in grado di confutarlo (eccetto che in questioni veramente minori). Onestà intellettuale volle che dovessi accettarlo.
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Giorgio Bocca, giornalista e partigiano |
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Politica -
Le Opinioni
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Scritto da Paolo Flores d'Arcais
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lunedì 26 dicembre 2011 |
Giorgio Bocca è stato il più grande giornalista italiano del suo tempo. Ne ero già convinto quando lo conobbi la prima volta nel 1976: avevo consegnato il mio primo articolo per l’Espresso al direttore Livio Zanetti, che mi chiese se ero libero per cena, che lui si vedeva con Giorgio Bocca e potevo andare anche io. E’ uno dei ricordi emozionanti della mia vita (per questo forse non ho dimenticato il nome del ristorante, “Il Foghèr”, non lontano dalla storica redazione di via Po), perché per me Bocca era IL giornalismo. Col passare degli anni e dei decenni ho continuato a pensarla così: il più grande giornalista dell’Italia del dopoguerra. Odiato da tanti, tantissimi, che ora magari millanteranno forme di affetto “ruvide” e scriveranno finti elogi, facendo passare per faziosità simile alla loro l’impegno civile di Giorgio, la sua passione per le modeste “verità di fatto”. E invece no. Bocca è stato partigiano, prima in montagna e poi sulla macchina da scrivere, come è stato nella Resistenza Albert Camus, editorialista a “Combat”: dalla parte della giustizia e della libertà, come endiadi inseparabile, e dunque anche delle “verità di fatto”, che sono trama e ordito del giornalismo degno di questo nome. Bocca aveva i suoi difetti, che ammetteva e perfino esagerava (ad esempio la venalità, su cui ironizzava, benché avesse generosità sconosciute a molti altri, meno scrittori di lui, pronti a invocare l’avidità del proprio “agente”). Gli dobbiamo la lucidità nella cronaca, la fulminante precisione delle domande in interviste che hanno fatto epoca, e la capacità di dissenso contro quasi tutti i conformismi che hanno avvelenato il Paese. Nel giornalismo dovrebbe essere la normalità, è stato invece un caso eccezionale.
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